Il servitore- capitolo VI

Il servitore- capitolo VI

Frattanto morì, per Enzo, anche un’ altra speranza amorosa: Alessia, infatti, una delle volontarie del servizio, che gli sorrideva sempre allegramente, e a cui aveva mandato anche alcune poesie di Leopardi, si decise a lasciare il suo ragazzo, ma non certamente per lui…Bensì per un suo collega del servizio civile, Gennaro, un tipo smilzo e alto, con l’ aria sempre svagata e distratta, amante della salsa e dei cantautori rock.

Ad un certo punto, mentre suonavano le note di una canzone dei Napoli Centrale, squillò il cellulare di Alessia, ed Enzo la vide illuminarsi tutta, come se toccasse il cielo con un dito. Probabilmente, pensò il ragazzo, era Gennaro, che le chiedeva se avesse finito il lavoro, e voleva venirla a prendere.

Enzo non si sbagliò nemmeno quella volta (il “a pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si indovina” di Giulio Andreotti era ormai diventato uno dei suo motti di vita): infatti mentre pedalava duramente sulla sua bici, nei pressi di casa, scorse i due, uno accanto all’ altro, camminare insieme romanticamente…E non potè fare a meno di prorompere in una satanica risata, vedendoli insieme, per l’ ennesima beffa del destino verso di lui, una persona che cercava solo di vivere nella maniera più onesta e seria possibile…

Gennaro, però, appena lo scorse, gli volse le spalle, mettendosi davanti ad Alessia: il rapporto era ormai definito, il loro amore nascente non ammetteva rivali o guastatori di sorta.

E, forse, Gennaro lo fece anche per risparmiargli un saluto che sarebbe suonato quantomeno poco credibile e insincero, oltreché molto sofferto, per il ragazzo…Chissà, magari c’ era ancora un briciolo di speranza nell’ Umanità, pensò il ragazzo.

Una volta tornato a casa, comunque, fece una doccia (anche se aveva intenzione di andare a fare ciclismo, poco dopo), si riposò qualche minuto, si mise abiti sportivi e scese per fare ciclismo, dopo aver salutato due lontani zii che erano venuti quel giorno a casa, non sapeva per quale motivo…

La corsa in bici fu liberatoria, come sempre, e salutare: una volta ritornato, si lavò di nuovo, si mise altri panni comodi, mangiò qualcosa, e premette il tasto play sulla seconda parte del film Il grande Lebowski, che ogni anno, da tre anni, aveva il rito di rivedere, a fine Agosto…

Una volta terminata la visione del film, e un poco più in pace col mondo, pensò a cosa fare del resto della serata:  avrebbe voluto scendere, per andare alla darsena, ma si sentiva distrutto…

Così decise di rimanere in casa, e magari, perdere un po’ di tempo sul social network: lì, provò a contattare Luisa, una sua collega di università che conosceva solo virtualmente, e che spesso metteva  mi piace ai sui status.

Parlarono per circa un’ ora o due, liberamente e dolcemente, e si salutarono in maniera simile: più volte, in passato, Enzo, le aveva chiesto di vedersi di persona, ma lei aveva sempre addotto delle scuse e dei pretesti.

Ora, anche per il fatto che aveva litigato e abbandonato il suo precedente fidanzato, sembrava più disponibile a concretizzare la cosa, tanto che gli diede come data dell’ appuntamento la seconda settimana di Settembre, quando sarebbe tornata dalla sua vacanza in Calabria.

Enzo, memore delle esperienze passate, tra cui quella che aveva visto la corrispondenza trimestrale con una tipa che era andata a studiare in Russia, che gli aveva promesso un appuntamento al suo ritorno, per poi rimangiarsi tutto a pochi giorni dal ritorno, non diede peso alle promesse di Luisa: era pur sempre un’ esperienza virtuale, e sapeva che l’ avrebbe lasciata perdere, non appena avesse incontrato una ragazza reale che avesse voluto una relazione con lui.

Comunque, era arrivato di nuovo il week end, ed Enzo lo passò, in mattinata, in biblioteca a leggere per il servizio civile e a studiare per l’ università: la vecchia biblioteca di Palazzo Toledo, dove ormai andava a studiare da circa quattro anni, in quei giorni era frequentata, prevedibilmente, dalle matricole dell’ università, che si stavano preparando, timidamente e speranzosamente, per i primi loro esami.

Enzo si sentiva un po’ abbattuto, in quei giorni, per il fatto di avere ormai ventotto anni, e di frequentare ancora l’ università: però, cercava di riprendersi, consolandosi col fatto che, almeno, lavoricchiava un po’, anche, col servizio civile; e, tutto sommato, alla laurea gli mancava solo un esame.

Tra i nuovi utenti della biblioteca c’ erano, come sempre, anche molte ragazze carine: una di loro, la vide quasi di sorpresa, girandosi indietro, quando era sceso a prendere dell’ aria fresca.

Era seduta sul muretto vicino alla cabina dell’ elettricità, fumava una sigaretta, aveva un vestitino bianco cortissimo (quasi una sottoveste, per cui si vedeva quasi tutto il suo corpo, nudo), capelli e occhi castani, un visino dolce da cerbiatta.

La ragazza si accorse che Enzo la guardava, e che iniziava ad assumere uno sguardo molto lascivo, osservando il suo corpo quasi nudo; lei ricambiava gli sguardi, con delle occhiate dure e oblique, che potevano voler dire sia un interessamento ad un accoppiamento fisico con lui, sia un disprezzo per tale eventualità: dopotutto, come si sa, odio e amore si toccano e si confondono molto spesso, pensò il ragazzo…

Stava già pensando di attaccare discorso, con un buffo , ma simpatico “che caldo, eh?”, quando si ricordò che, ormai, aveva iniziato a parlare con Luisa, e, forse, sarebbe stato sbagliato iniziare a farlo con qualcun’ altra; inoltre, aveva, come spesso gli accadeva, la sensazione che quella fosse una ragazza viziata che si faceva pagare gli studi dai genitori, senza lavorare, anche se la realtà dei fatti l’ aveva quasi sempre smentito, in quanto esistevano moltissime studentesse (meno gli studenti, perché per i maschi era più difficile trovare lavoro part-time) lavoratrici. Comunque, decise che quella era una ragazza viziata, così, a priori, e si girò definitivamente: quando però gli venne in mente che, per quello che cercava lui, cioè un rapporto facile di una botta e via, quel tipo di ragazza era ottimale, e si girò di nuovo per parlarle, quella era già sparita, probabilmente intuendo che Enzo aveva deciso di non attaccare bottone.

Un po’ deluso, rimase un altro po’ lì fuori, e poi tornò di sopra, a finire le ultime pagine del libro: dopodiché, raccolse tutte le sue cose, e si avviò a casa.

Si riposò un po’, scese dabbasso a mangiare qualcosa (i suoi parenti, con i quali abitava, avevano deciso di fare delle pizze al forno, quella sera), scambiò qualche battuta con zii, cugini e amici di famiglia, e poi inforcò la sua bici verde, diretto, come sempre, d’ estate, verso la darsena cittadina, dai suoi compagni di allegro e, a volte, tormentato, cazzeggio …

Una volta arrivato lì, trovò Giovanni (dopo alcuni giorni che non lo vedeva), insieme a Paolo e Antonio, altri due sue amici, da poco tornati dallo Zsiget di Budapest…

Giovanni indossava una maglia nera con tantissimi colori vivaci sopra, che non poteva non risaltare, in mezzo all’ altra gente: appena lo vide, Enzo gli saltò quasi addosso, gridandogli:

OOOOhhhh, ‘o filò!!!”  Infatti lo chiamava il filosofo, per sfotterlo.

OOOh, ‘o pazz!!!” ricambiò il ragazzo, mezzo stonato. “Ma ch’ rè stu fatt, r’ o video ca maj mannat? E fa semp l’ arrogant!” continuò, con tono polemico. Infatti Enzo, qualche giorno prima, sentendo la sua mancanza, gli mandò un video dei Radiohead, con la frase “cerca di ascoltare anche un po’ di musica fatta con gli strumenti classici”.

Evidentemente, come si era anche capito dai commenti del ragazzo sotto al video, la cosa non gli era piaciuta, come gesto, diciamo così: trovava, infatti, che Enzo volesse porre su un piano superiore la musica fatta con gli strumenti, rispetto a quella fatta col computer; e, di conseguenza, mettere in superiorità anche se stesso, che ascoltava la prima, rispetto a Giovanni, e a tutti quelli che ascoltavano la seconda. E glielo disse apertamente.

“Ma scusa,” provò a giustificarsi Enzo “ma nella musica fatta con gli strumenti c’è un elemento umano che nella musica fatta al computer non c’è: ci sono delle persone, che suonano, materialmente…”

“Ma anche nella musica techno c’è una persona che la suona! Solo che usa il computer, invece della chitarra, del basso, eccetera!”

“Ma non è la stessa cosa! Cosa ci vuole a fare una base musicale al computer? Anch’io sapevo farla, quando usavo Fruity Loops!

“Eh sì…E allora, secondo te, perché ci sono alcuni Dj che sono più importanti e famosi degli altri? Ci sarà un motivo, no?”

“Il motivo? Ma il motivo sono gli agganci politici, gli agenti pubblicitari e tutto il resto appresso!”  esclamò il ragazzo.

Giovanni, a quell’ ennesima battuta ferma e decisa, non oppose più nulla, rinunciando a continuare la discussione, capendo che non sarebbe riuscito a convincere Enzo della sua idea. Fece solo una faccia sprezzante e se ne andò qualche metro più in là, sedendosi al tavolo con Alessandro, che era anch’ egli seduto lì.

Qualche secondo dopo, Enzo gli si avvicinò, desideroso di continuare la discussione:

“Ma scusa” iniziò di nuovo “non pensi che un giorno, magari, le macchine diverranno così complicate, che la produrranno loro, la musica?”

“Eh…La producono loro…E nuje c’ a sentimm: qual è o problem???”

Questa volta fu Enzo a non ribattere, ed a guardare da un lato sprezzantemente: poi si inserì Alessandro che disse:

“Sentite, io penso sia solo un fatto di emozioni: se uno, dopo una giornata di fatica, vuole rilassarsi con della musica digitale, che male c’è? Si tratta, pur sempre, di emozioni! Rosariuzzo (un noto gay della zona, in quel momento presente) si emoziona vedendo il pene, io mi emoziono vedendo un’ altra cosa, tu ti emozioni vedendone un’ altra…Emozioni!”

“No, no! E’ proprio questo il punto! Non si tratta di emozioni! Quando uno si rilassa, non prova emozioni: l’ emozione è uno sconvolgimento, che ti prende dentro, ti scuote tutto nell’ anima…”

A quelle parole, Vittoria, che nel frattempo era arrivata, ed aveva accettato l’ invito di Alessandro a sedersi,  sussultò ed andò indietro sulla sedia, come smossa proprio da quelle parole di Enzo. Poi si riprese, e disse:

“Guarda, non c’ entra nulla…Ieri è venuto un tizio…” E si fermò un attimo: “Sei venuto, ieri???”

“No, no…” fece Enzo, sussultando questa volta lui sulla sedia, ricordandosi che ieri era rimasto a casa, distrutto dal solito giro ciclistico del venerdì.

“Beh, è venuto un tipo a suonare nel locale a fianco…”

“Questo locale qua?” fece Alessandro, evidentemente infastidito che si parlasse bene di un altro locale, oltre il suo.

“Sì…” confermò timidamente Vittoria “ha suonato, e ci ha fatto emozionare tutti…” continuò “Vedi, non so che ascolti tu, ma io ascolto, per esempio, Einaudi…Lo conosci?”

“Ludovico: come no…” e, con un tono più romantico e sognante, aggiunse “Le onde…” citando uno dei pezzi più belli e noti del maestro, e facendo un occhiolino alla ragazza.

Vittoria, sentendo nominare un pezzo che anche a lei piaceva moltissimo, s’ intenerì tutta per un attimo…Poi si riprese e disse:

“Comunque, è solo questione di gusti: non esiste un genere superiore e uno inferiore…”

Enzo accolse di nuovo con un certo disappunto quest’ altra critica alla sua tesi, e si spostò col corpo in un’ altra direzione, denotando dissenso con l’ opinione della ragazza; rimase un altro po’ seduto, poi si alzò e raggiunse gli altri ragazzi, che si erano spostati anche loro. Una volta arrivato, sentì dire:

“Guarda Paolo com’è snob…” Era Antonio, che gli indicava, infatti, un bicchiere triangolare, con un liquido rosso e una ciliegina dentro, che reggeva in mano Paolo.

“Eh già, infatti…Co’ sto coso triangolare…” disse Enzo, disegnando nell’ aria proprio un triangolo, “ Ma cosa c’è dentro???”

“Allora… tre quarti di oncia di Gin, tre quarti di oncia di Bitter, tre quarti di oncia di Vermouth rosso e…una ciliegina!” rispose allegramente Paolo.

“Caspita! Vedo che sei molto…ferrato! Hai fatto un corso da barman, o qualcosa del genere?”

“Sì…Un po’ di tempo fa, in effetti…”

“Buono…Così, se non trovi lavoro, nei primi tempi dopo la laurea, puoi arrangiarti a fare il barman…”

“Certo…” confermò Paolo, anche se sudando un po’ freddo: evidentemente, quella prospettiva, com’ era auspicabile per uno che ha studiato tanti anni per un lavoro più nobile, non doveva di certo sorridergli “io studio scienze politiche, però…casomai non trovo lavoro all’ inizio, posso sempre fare il barman: è buono!” cercò comunque di convincersi e di convenire con l’ amico.

“Stasera andiamo all’ Arenile, a sentire un Dj: vuò venì???” disse a un certo punto Giovanni.

“Ma non mi piacciono le discoteche…” rispose Enzo.

“Dai, dai, ci divertiamo!”

“No…Almeno… ce stann e femmn? Se chiav???” aggiunse, con un tono aggressivo e scherzoso allo stesso tempo.

“Eh frà…Là ci stanno solo ragazze intellettuali…Più di qua…” rispose quello,  e indicò, scherzando, alcune ragazze che erano lì intorno, alla darsena.

“Eh eh eh..Sì, sì, come no…” ridacchiò il ragazzo in risposta.

Dopo un po’, i tre ragazzi si riunirono e si avviarono: Giovanni doveva passare prima a casa sua, però, perché durante la discussione sulla musica con Enzo, aveva sudato le proverbiali sette camici, e e voleva cambiarsi.

Quindi salutarono il ragazzo, che ricambiò alzando il bicchiere in loro direzione: poi, Enzo fu raggiunto da Bartolo, un altro loro amico.

“Tu non vai all’ Arenile, Ste? Giovanni e gli altri ci vanno…” disse Enzo.

“Ma s’ acceresser!!!  No, non ci vado…” rispose quello.

“Non ti piacciono le discoteche?”

“Eh no, non molto…”

“Ti capisco…”

Rimasero un’ altro po’ lì, poi Enzo gli chiese se le ragazze di Firenze che gli aveva presentato qualche giorno prima, fossero tornate in patria, e, ricevuta risposta affermativa, aggiunse:

“Si sono spaventate un po’, l’ altra volta, per il discorso sulla violenza sulle donne, eh?”

Bartolo non rispose, inizialmente, mentre si senti un “Eh?” Era Cristina, una loro conoscente, che era lì con loro, una tipa coi capelli rossi, gli occhi grandi da pesciolino, e il viso pallido.

“No, niente” le spiegò Bartolo “l’ altra volta parlammo della violenza sulle donne e del fatto che, secondo Enzo, ci sia troppo allarmismo e rigonfiamento su questo argomento, da parte dei giornali…”

“Eh certo: perché, non è vero, secondo te? Anche gli uomini vengono uccisi dalle donne…Solo che non se ne parla: e, se se ne parla, lo si fa poco e distrattamente…”

“Questo può essere anche vero…Però, è anche vero che ci sono moltissime donne che vengono maltrattate ogni giorno dagli uomini, mentre gli uomini che vengono maltrattati sono sempre di meno…”

“Ma che intendi per maltrattamento, scusa? Mica esistono solo i maltrattamenti fisici: per esempio, anche chiedere sempre soldi, come fanno alcune donne, o mandare l’ uomo in giro a fare continuamente servizi, può essere un maltrattamento: non è fisico, ma psicologico, sì!”

A quel punto, Bartolo disse qualcosa a Cristina a bassa voce, che poi gli rispose:

“Infatti, hai ragione…”

Enzo non sentì quello che Bartolo le aveva detto, ma, essendo Bartolo un noto bisessuale molto amico delle donne, Enzo poteva immaginare fosse qualcosa a difesa delle donne, e contro di lui, che in quel momento rappresentava gli uomini etero.

Tuttavia non ci badò, e si limitò a scostarsi di qualche passo, facendo finta di niente.

Dopo qualche minuto, in cui Bartolo aveva accennato una canzone di Dalla e De Gregori, ed Enzo gli ebbe chiesto appunto di chi fosse, lo salutò e si avviò, attraverso i bui vicoletti del porto, verso la sua bici, che aveva lasciato vicino alla chiesa di San Marco perché quel sabato, come tutti i sabati estivi (e anche non estivi, a volte), per le strade del centro non si poteva camminare, a causa dell’ enorme traffico di auto e moto.

Dopo aver liberato della catena la sua fedele bici verde, la inforcò e si diresse verso casa, prendendo la ripida salita del cavalcavia del treno Cumana: arrivato all’ altezza di piazza Capomazza, proprio vicino al bar dove aveva reincontrato, dopo circa un anno, una cameriera letteralmente mozzafiato che aveva già visto in un bar del lungomare Pertini, e che aveva cominciato a frequentare solo per vederla, incontrò, in una macchina, Giovanni e Paolo, di ritorno dalla puntatina a casa di Giovanni, per il cambio di abiti.

Li salutò di nuovo con la mano, e si diresse verso casa, per il meritato riposo del fine settimana: il giorno dopo aveva in progetto di andare al mare, e non voleva fare troppo tardi.

Quando si alzò, infatti, dopo aver dormito una decina d’ ore, fece armi e bagagli e si diresse verso La Pietra: sperava di rivedere Concetta, una ragazza che aveva conosciuto la settimana prima proprio lì e che, cosa straordinaria e meravigliosa, l’ aveva anche aggiunto sul social network, quando era tornata a casa, dopo che lui glielo ebbe chiesto.

Una volta arrivato lì, però, si accorse che la tipa non era (ancora?) arrivata, e, con un pizzico di delusione, si preparò per la solita immersione domenicale: una volta immersosi, però,  e dopo aver completato il solito giro sott’ acqua, arrivato a qualche centinaio di metri dal punto dove aveva lasciato lo zaino, vide alcuni corpi di donne seminude al Sole che lo eccitarono: sentì il pene irrigidirsi, quindi, dentro il costume, e per il capo gli passò una folle idea: masturbarsi lì, sott’ acqua, a pochi metri dalla riva dove c’ erano i bagnanti.

Quasi senza pensarci troppo, afferrò il pene sotto il costume, e, senza togliere quest’ ultimo (per sicurezza), cominciò a masturbarsi, lì, sott’ acqua.

Subito lo colse una sensazione stupenda, bellissima: era quasi come farlo con una donna, si sentiva proprio in Paradiso, mentre andava su e giù con la mano intorno al suo pene…E a fanculo tutte le donne che lo rifiutavano sempre, quasi fosse un gobbo e un mostro…

Dopo qualche minuto, arrivò: lì, a metà tra il cielo sopra di lui, e la sabbia sotto di lui, circondato dall’ acqua azzurra\celeste e qualche piccolo scoglio costellato di alghe. Quando successe, chiuse gli occhi, e, in quel brevissimo secondo che veniva, vide con la mente il Big Bang  universale, vide un buco colorato che esplodeva nello spazio nero cosmico, e che dava inizio alla Vita così come la conosciamo. Doveva essere esattamente quella la sensazione che si aveva, quando si veniva dentro una donna (per concepire o meno).

Allo stesso modo, anche lui, in quel momento, stava dando inizio alla Vita: anche se, purtroppo, non c’ era nessuna donna ad accogliere il frutto creatore delle sue gonadi.

In quell’ istante, poi, sentì se stesso esclamare, nonostante il tubo d’ immersione che gli impediva di parlare, il nome di “Concetta”: forse perché era l’ unica ragazza che aveva conosciuto, lì vicino, in quel posto e perciò gli venne automatico invocarla, nel momento in cui veniva, per supplicarla, quasi, di accogliere quel liquido creatore che stava uscendo da lui.

Dopo che fu arrivato, comunque, rimase qualche secondo immobile nell’ acqua, spostandosi leggermente di traverso, come se fosse morto: eppure, Enzo non era morto! Affatto! Anzi, dopo quell’ atto, si sentiva più vivo e allegro che mai!

Il mondo sembrava ora  sua proprietà, e, una volta ripresosi fisicamente e mentalmente, si diresse verso il punto dove si era posizionato, sugli scogli, con rinnovate e più forti energie che mai: una volta arrivato lì, trovò Vera seduta sul suo solito scoglio, una signora russa che aveva conosciuto qualche mese prima, tramite un loro conoscente comune che frequentava anch’ egli quel posto.

Era un po’ che non la vedeva, e, complice anche lo stato di euforia in cui si trovava, la salutò con tantissima allegria:

Privet! Come va???”

“Ehi ciao…Tutto okay, grazie…Tu???” rispose la signora, che era una donna biondina con un bel fisico e un volto con un paio di occhi celesti che teneva quasi sempre nascosti da un paio di occhiali scuri.

“Tutto okay…E’ un po’ di tempo che non ti vedevo” (le dava ormai del tu, richiesto da lei in precedenza) “dove sei stata? In Russia???” concluse, scherzando, il ragazzo.

“No, no…Lavoro…Sempre lavoro…”

“Ah, capisco…”

“Ieri, però, sono stata al Magic World…Ed ho anche preso un po’ di freddo: infatti, oggi non volevo scendere…Però, alla fine, mi sono detta: <Vabbè, ci vado…>”

“E’ meglio, dai: almeno, prendi un po’di Sole…Ti rilassi…”

“Eh sì, infatti…”

“Sai che il venticinque Settembre terrò un’ altra presentazione? Questa volta, parlerò di Tolstoj, e del suo libro la Felicità domestica…”

La signora lo guardò un po’ impaurita, forse per il fatto che si sentiva un po’ in colpa per non essere andata alla precedente presentazione, su Dostoevskij, che il ragazzo aveva già tenuto, presso l’ associazione dove lavorava, e, quasi per rimediare a questa mancanza, appena sentì la cosa, si affrettò a prendere un foglio dalla borsa, e si appuntò data, ora e indirizzo dell’ associazione, riguardanti l’ evento.

Poi si rivolse di nuovo a lui, con un volto speranzoso di qualcosa che il ragazzo, in quel momento, non riusciva a capire.

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