Il servitore- capitolo V

Lì, al bar di Nunzio, si fermò con lui a parlare di politica, come ai vecchi tempi in cui non era ancora aperto l’ altro locale: parlarono infatti della situazione israelo-palestinese, e delle dichiarazioni di un politico del partito da entrambi appoggiato, circa l’ efficacia del terrorismo come arma per combattere gli invasori israeliani. Enzo si dichiarava in disaccordo con queste dichiarazioni, pur essendo un sostenitore, come detto, di quel partito politico: Nunzio, invece, come sempre fedele alla linea, cercava di difendere il politico in questione, invitando il ragazzo a leggere le sue dichiarazioni complete, per avere un quadro più esauriente.

In quella, cominciarono ad arrivare i ragazzi del locale di Alessandro, compresa Vittoria: Enzo, allora, approfittando del fatto che Nunzio era impegnato con alcuni clienti, si diresse verso di lei, per darle, come sempre, una mano a spostare sedie e tavolini, nello spazio antistante il locale.

La stava appunto aiutando, quando Nunzio lo guardò sorridendo, compiaciuto del fatto che desse una mano ad una ragazza: Enzo, però, che si infastidiva quando qualcuno si accorgeva che era gentile con una donna, gli gridò, quasi con mala cortesia:

Allò, m vuò fa verè stu fatt???”

 

Alludeva alle dichiarazioni di quel politico di prima: Nunzio, colto di sorpresa, incassò la testa nelle spalle, e si affrettò a rientrare nel bar, a cercare la pagina di internet relativa a quelle dichiarazioni.

Enzo lo seguì quasi subito, ridendo fra sé e sperando che l’ amico avesse capito che il suo tono era solo scherzosamente prepotente.

Entrato nel bar, e abbandonata momentaneamente Vittoria, trovò  Nunzio davanti al pc, che stava aprendo il blog del capo di quel partito.

“Aeeeee, ma io non riesco a leggere, al pc…” protestò debolmente Enzo.

“Ma dai, sono solo qualche pagina…”

“Eh, ma io riesco a leggere pochissimo tempo…”

“Dai, guarda qua come te l’ ho ingrandito: vai giù con la freccetta, e leggi tutto.”

“Okay, ora ci provo…Però cerco solo la parte che mi interessa.”

Così cercò quella parte, e, trovatala dopo qualche secondo, scoprì che il politico non giustificava gli atti terroristici, ma, testualmente, “provava a capire (i terroristi n.d.r.)”.

“Okay” riprese Enzo, rivolto a Nunzio “dice che non li giustifica, ma che prova a capire…”

“Sì, questo dice…”

“Eh, ma io resto dell’ opinione che farsi esplodere in metropolitana, ad esempio, non è il mezzo più efficace per cacciare via un invasore…Per me, se qualcuno viene a bombardare il tuo villaggio, o gli butti anche tu delle bombe oppure… scappi!

Nunzio incassò di nuovo la testa nelle spalle, sorpreso, e, prima che potesse rispondere, Enzo lo lasciò, uscendo dal locale, perché voleva andare ad aiutare di nuovo Vittoria, e, soprattutto, perché voleva evitare di rimanere impelagato in una discussione probabilmente troppo lunga e pesante.

Tornò, così, a dare una mano a Vittoria che, ogni tanto, si fermava dicendo “no, lì non va bene”, e indicandogli un altro posto: probabilmente, pensava Enzo, la sedia sarebbe andata bene anche nel posto dove l’ aveva messa, ma Vittoria voleva un pretesto per dargli dei piccoli ordini, in modo da farlo sentire  di nuovo legato a sé; probabilmente, per via del fatto di essere stata abbandonata per qualche minuto, qualche tempo prima.

Dopo un po’, i due ragazzi conclusero il lavoro, proprio mentre a Enzo stava cominciando a venire un po’ di sonno (si era svegliato alle quattro del mattino, quel giorno): così, mentre Vittoria si sedeva su una delle sedie di legno vicino al portone di ingresso, esclamando “Ah, ora ci fumiamo una bella sigaretta!”, Enzo fece solo in tempo ad avviare una piccola conversazione:

“Ma tu non studi? Lavori, solo?” le chiese dolcemente.

“Sì sì…”

“Nell’ abbigliamento, giusto?”

“Sì, sì…”

“Ma dove, a Napoli?”

“No, no, qua…a via Epomeo…”

“Ah…Al Vomero?”

“No, no: Licola…”

“Ah capisco…Beh, ora devo proprio andare…Ci vediamo, ciao…”

E dopo aver detto questo, si chinò verso Vittoria per darle due caldi baci sulle guance, come ricompensa che si prendeva per l’ aiuto datole poco prima, cercando anche di accarezzarle un po’ la testa: diede poi un  bacetto anche alla sua collega ed amica che le era a fianco, tanto per non scontentare anche lei, e poi le lasciò dicendole:

“Di nuovo, ciao: buon lavoro!”

Mentre diceva quelle ultime parole, però, Vittoria gli rivolse uno sguardo infuocato: Enzo lo vide, ma cercò di non far trasparire la sorpresa che pure provava. Una volta allontanatosi di lì, si chiese però cosa mai avesse potuto far arrabbiare così tanto la ragazza: il fatto che se ne andasse prima, invece di rimanere lì a farle compagnia? Il fatto di averle detto “buon lavoro con un tono che poteva sembrare ironico? Il fatto di essersi preso la piccola libertà di darle due baci appassionati sulle guance?

Il ragazzo non capiva: però, e questo era un fatto certo, Vittoria cominciava a dare dei segnali che la rivelavano non essere poi quella ragazza tanto angelica e semplice che lui aveva creduto all’ inizio. E gli avvenimenti seguenti, in effetti, confermarono questa idea.

Il giorno dopo, infatti, Enzo uscì per la sua solita oretta di bici, sul lungomare di La Pietra, per andare fino a Bagnoli: arrivato in zona, però, vide alla sua sinistra una cosa che pareva, a prima vista, buffa.

Una ragazza bionda, in tutto e per tutto simile a Vittoria, ma con gli occhiali scuri, si muoveva dentro una Smart bianca, verso un ragazzo pacioccone, bianco bianco  di pelle, al suo fianco: Enzo, non appena la vide, non poté fare a meno di lanciarle una specie di bacino, dato che pensava che fosse lei; quando, però, si accorse del ragazzo a fianco che lo guardò con uno sguardo storto, come a dire guarda che questa qui me la devo scopare io” distolse lo sguardo: più per non disturbare la coppietta, però, che per un eventuale tormento di fiducia delusa.

Infatti, ormai si considerava completamente, o quasi, al sicuro dagli strali dei tormenti che potevano venire da speranze riposte nelle ragazze, dato che aveva capito che, ormai, quelle di oggi erano tutte, o quasi, delle vendute, che si davano al primo fesso coi soldi e con la bella macchina che trovavano per strada: le brave ragazze, appartenevano a qualche generazione precedente la sua, ormai. Queste qui, erano invece rovinate dalla società di massa, che le costringeva a vendere anche se stesse, pur di raggiungere un lusso che gli veniva fatto credere indispensabile.

Continuò, quindi, il suo giro ciclistico, e poi tornò a casa, senza provare poi un grande turbamento: a parte, forse, un’ inestinguibile, malsana ed esagerata  voglia di ridere, per la ridicola situazione cui aveva assistito. “Dopotutto”, si diceva, tirando le somme della cosa, “che persone potevano mai essere, due che facevano sesso in macchina in pieno giorno (e sesso era, perché, quando sono passato di nuovo a fianco all’ auto poco dopo, i vetri erano oscurati)? Basse e volgari, senza dubbio”.

Tornò quindi a casa, si lavò, mangiò e poi uscì di nuovo, per andare alla darsena: lì, trovò il suo vecchio amico Luca, che, allegro (beato lui!) come sempre, stava ascoltando delle canzoni dal pc di Nunzio.

“Ehi Luca, come va?” chiese Enzo.

“Bene! Senti che disco…E’ Vasco!” rispose il ragazzo, con tono entusiasta.

Enzo si avvicinò al pc di Nunzio e vide che, effettivamente, sullo schermo c’ era il titolo di una canzone del Komandante.

“E’ bella anche sai quale? Portatemi Dio!” continuò Luca, sempre entusiasticamente: e, quando la canzone on air stava finendo, si affrettò infatti a metterla.

Enzo rise divertito, ma pensò che, forse, Luca l’ aveva messa apposta, perché forse aveva sentito le voci riguardanti le sue attenzioni verso la religione…

Cercò di rilassarsi, comunque, e passò un po’ di tempo lì fuori, cazzeggiando con Nunzio e Luca: ogni tanto, però, gettava un’ occhiata verso il locale di Alessandro, cercando di vedere se arrivasse Vittoria, dopo aver finito la sua scopata, ovviamente.

Erano circa le sette di sera, e non era ancora arrivata: evidentemente era arrivata, ma nella macchina del suo ganzo…

Vedeva, però, Federica, a fianco di una dei proprietari del locale: vista così, in controluce, mentre il Sole di Agosto mandava gli ultimi, ma comunque forti, suoi bagliori, gli sembrava quasi che piangesse, quasi per il fatto che sapesse che quel giorno Enzo non sarebbe venuto a salutarla.

Infatti, Enzo stava per andarsene, senza aver capito se la ragazza stesse veramente piangendo o meno, e se, in caso affermativo, lo stesse facendo proprio per lui (ma era una cosa parecchio poco probabile): comunque si scrollò le spalle, salutò i compagni del bar, e tornò a casa… “Dopotutto”, pensò “piangono tante persone, nel mondo… Perché un’ altra persona avrebbe mai dovuto turbare l’ equilibrio naturale?”.

E sganciò il catenaccio della sua bici.

Il giorno dopo, arrivò alla darsena quasi allo stesso orario, verso le diciannove: i tavolini fuori al locale erano già stati messi: senza il suo aiuto, questa volta.

All’ ingresso c’ erano Federica, Cristiano e un signore di mezz’ età che Enzo non conosceva:  si sedette, dopo aver salutato tutti, e cominciò ad ascoltare la conversazione.

“Stavo pensando di fare un corso di inglese, sapete?” disse Federica.

“Inglese? Bello, perché no?” approvò contento Enzo.

“Certo” disse la ragazza, come scusandosi “altrimenti, Enzù, la mattina che faccio???” Evidentemente, la ragazza intendeva “cosa faccio quando non lavoro?”, visto che non studiava, né sembrava avere particolari passioni o interessi, a parte la lettura di certi discutibili autori contemporanei.

“Giusto, giusto…” assentì Enzo.

In quella, Enzo vide aggirarsi Vittoria tra i tavoli: dopo qualche secondo, essa si venne a sedere proprio davanti a lui; come forse era prevedibile.

La sua faccia, però,  era difficilmente descrivibile a parole:  sembrava praticamente un diavolo travestito da donna, con i capelli biondi ritti in testa e gli occhi scuri aguzzi come pietre. Questo diavolo fissava Enzo con uno sguardo infuocato e furibondo, come a volergli, praticamente, dire:

“So che mi hai visto mentre stavo per fare sesso col mio ragazzo: ora vedi di non fare lo stronzo, e di evitare di rinfacciarmelo, visto che tra me e te, anche se mi hai aiutato sul lavoro, non c’è mai stata una beata minchia!”.

Enzo, pur essendosi preparato in quelle ore a qualcosa del genere, faceva appello a tutte le sue forze interne, per resistere alla violenza di quello sguardo, e, soprattutto, ai pensieri che sentiva stava pensando Vittoria, proprio in quel momento: dopo qualche secondo, però, come tutte le cose violente, anche quello sguardo si calmò, e poterono discutere: o, almeno, provare a farlo.

“Io ho fatto inglese, a scuola…” disse con un filo di voce Vittoria, tanto debolmente che Enzo riuscì appena a percepire la frase.

Tu è fatt a scol? Hai sturiat? Verament?”  le chiese, con fare ironico e scherzoso, il signore di mezza età, quasi capendo al volo la situazione, e decidendo di vendicare Enzo per la piccola delusione che aveva subito, trattando un po’ male, o, almeno fingendolo, la ragazza.

“Sì…” rispose, quasi impaurita, la ragazza.

Scol privat, eh? T’ ho sì accattat, o diplom’?” rincarò la dose il signore, mentre Enzo, a quell’ ulteriore mazzata alla ragazza, non potè fare a meno di sporgersi dalla sedia, verso sinistra, cercando di trattenere l’ irrefrenabile riso che voleva uscirgli a tutti i costi, godendo dentro di sé per quello scherzo in una quantità almeno simile a quella in cui aveva probabilmente goduto lei in quell’ auto.

“No, il Virgilio…” rispose, sempre più impaurita e annichilita la ragazza, che a Enzo cominciava quasi a fare sinceramente pena.

“E’ una scuola statale, statale!” confermò il ragazzo allegramente al signore, usando il suo stesso tono ironico e scherzoso,  per rassicurarlo del fatto che la ragazza, in effetti, il diploma non se l’ era “comprato”: ma, in effetti, il tono che aveva usato, faceva capire che nemmeno lui ci credeva poi così tanto, proprio come sembrava di non crederci il signore…

Poi, rivolto alla ragazza, con un pizzico (inevitabile, ovviamente) di malignità nelle parole seguenti, disse:

“E che lingue hai studiato?”, calcando il tono sulla parola lingue.

“INGLESE-SPAGNOLO E FRANCESE!” rispose con fare serissimo e prontissimo Vittoria, con l’ aria della scolaretta che, dopo aver detto di non aver fatto i compiti per casa, cerca di giustificarsi adducendo motivi molto gravi e importanti.

“Ah, bene…Quindi le parli, anche?”

“No, no..Mi manca la pratica…Però, se le sento parlare, capisco…CAPISCO…” disse, calcando la voce sull’ ultima parola, come se avesse un qualche particolare significato.

“Ah, beh, ti servirebbe qualcuno con cui fare PRATICA…Un MADRELINGUA, magari…” rispose Enzo, mettendo, anche se in realtà non avrebbe voluto, un tono malizioso e cattivo a quelle parole.

Vittoria ascoltò, senza rispondere niente a quelle parole: incassò solo il tono malizioso, facendo un’ espressione indispettita.

Il discorso, poi, passò sui vari prezzi che avevano i ristoranti della zona e, ovviamente, si giunse a dire che il locale di Alessandro era quello più economico.

“Ieri” continuò Vittoria “sono venuta COL MIO RAGAZZO” e calcò il tono su quella parola “e abbiamo speso pochissimo: una cena completa, quindici euro a persona…”

Dunque Vittoria, dopo aver scopato sul lungomare col tipo grassoccio che Enzo aveva visto, era andata al locale di Alessandro a mangiare: “eh già”, pensava il ragazzo, “si sa, l’ attività sessuale mette parecchia fame…E quale locale migliore per placarla, che quello dove l’ ho aiutata con tanta tenerezza a mettere le sedie dentro, ed a raccogliere la spazzatura con la scopa?

E’ il suo ragazzo, quello…Magari di solito non le apre nemmeno la portiera dell’ auto, ma se la scopa. Sad but true, cantavano i Metallica”.

Enzo, comunque, quando lei disse le parole “il mio ragazzo” cercò di rimanere il più impettito e imperturbabile possibile, e gli sembrò anche di esserci riuscito: la ragazza, infatti, mentre andava avanti nella conversazione, depose l’ espressione di sfida che aveva preso dicendo quelle parole, e ne prese un’ altra più docile, e quasi colpevole.

Era un’ altra piccola rivincita del ragazzo, insomma, che ora poteva riscuotere il premio per aver avuto il coraggio di andare fin lì, dopo aver visto quella scena tragicomica sul lungomare di La Pietra.

Dopo aver conclusa la conversazione, comunque, potè ritenersi abbastanza soddisfatto e, dopo aver preso una cedrata, salutò la ragazza del bancone, che conosceva.

“Te ne vai già?” disse lei, quando Enzo l’ avvertì che si avviava.

“Eh sì, sto sveglio dalle sei di stamattina…” rispose il ragazzo.

In quella, Vittoria, che era vicino a lui, ed aveva sentito, si impuntò improvvisamente e chiamò:

“Mauro!” rivolta verso il ragazzo, che stava parlando con qualcuno fuori.

Dieci grammi?” provò a chiamare Enzo, per cercare di aiutare Vittoria: la quale, però, nel frattempo era di nuovo andata via.

Ricomparve all’ improvviso, mentre Enzo si avviava verso l’ uscita, andandogli incontro, e dicendogli allegramente:

“Scusa Enzo!!!”

Enzo, a quelle parole così allegre, fu preso da un forte scoramento: aveva capito, ormai, che ogni volta che Vittoria gli si rivolgeva allegramente, non era perché voleva il suo affetto, ma perché voleva solo le sue attenzioni: il che era una cosa ben triste, in effetti, perché significava che la ragazza voleva solo soddisfare la sua vanità, e non dargli affetto, con quelle esclamazioni gioiose.

Così abbassò la testa, e si avviò tristemente verso l’ uscita.

Nei giorni seguenti, Enzo vide Vittoria solo da lontano e non ci parlò quasi: infatti, nei giorni seguenti si spostò di nuovo al bar di Nunzio, dove, qualche giorno dopo, ci trovò di nuovo Luca, insieme al loro cugino comune Tommaso, un altro loro amico, e Francesca, la cameriera di cui, come Enzo scoprì qualche giorno dopo, Luca era innamorato (e gelosissimo).

Appena Luca lo vide, gli venne incontro sorridente (era la prima volta che lo faceva, secondo i ricordi di Enzo), e gli disse:

“We Enzo, come va????”

“Bene, bene…Si lavora, come sempre…Tu?”

“Bene anch’io, dai!”

“Senti, sai che stavo pensando? Che noi siamo come quelli che in Inglese si chiamano “Barfly”, “mosche del bar”: infatti, stamm semp ccà ffor, fuor o’ bbar…” disse il ragazzo, in maniera allegra.

“Ehehehe, è vero, sì!” convenne, ridendo, il ragazzo.

“Ci sta pure un libro di Bukowski, con questo titolo, figurati…”

“Eh, Bukowski…Quello era un altro che beveva parecchio, no?”

“Bukowski??? Quello lì era il “bevitore per antonomasia”, per…eccellenza!” si corresse Enzo, per non dare troppo l’ impressione di saccenteria, che sapeva dare fastidio a quasi tutte le persone che incontrava.

“Eheheh, capito…”

“Anzi, no…Ora che mi ricordo, non è un libro, ma un film, sulla sua vita, che si chiama così…Veditelo: sta su youtube!”

“Okay, grazie, lo vedrò!”

“Eheheh, bravo…Ma…Il lavoro? Come va?”

“Eh, il ventisei settembre ho un matrimonio…” (Luca faceva il fotografo) “Stanno un po’ in ritardo, gli sposi…” aggiunse, con un po’ di ironia.

“Ah, capisco…Beh, buono comunque, dai…”

“Sì, sì” convenne il ragazzo e tornò verso il bar, seguìto, dall’ altro lato dei tavoli, da Enzo.

Lì, cominciò a vedere quello che stava combinando Francesca, che era seduta al tavolino, con un portatile davanti: si avvicinò di più a lei, e si accorse che aveva davanti una schermata piena di font, perché, gli spiegò l’ innamorato Luca, doveva sceglierne alcuni per i tatuaggi che faceva per i clienti.

Enzo, ne guardò alcuni, commentando: “Wow, sembrano i caratteri che si usano con Word!”, ma, mentre ancora li stava guardando, si accorse che poco più avanti a lui, stava arrivando un tipo con una bicicletta nera e il casco da ciclista.

Il ragazzo guardò meglio, e riconobbe in lui il suo medico di famiglia Del Giudice, che aveva visto proprio qualche giorno prima per un’ infezione al pene che aveva contratto, probabilmente, da una signorina nigeriana da cui era andato a fare sesso a pagamento. Ora, per fortuna, l’ infezione stava passando, e, con essa, anche i vasti e cupi timori che il ragazzo aveva avuto, non appena l’ aveva scoperta.

“Salve dottore!” gli disse Enzo allegramente, avvicinandosi e stringendogli la mano.

“Ehi, ciao!” lo salutò il medico, che era un tipo sui cinquant’ anni, con un grande pizzetto bianco, capelli radi in testa, un faccione rosso e una pancia prominente (nonostante prendesse spesso la bici e facesse anche molti chilometri).

Poi si avviò dentro, evidentemente per andare in bagno, visto che sembrava venire da una lunga corsa.

Enzo lo aspettò qualche minuto fuori e poi riapparve.

“Sa” gli disse “mi sta passando, quella cosa…”

“Ah, sì, sì…Aspetta, ricordami: tu che cosa avevi???”

“Un’ infezione…intima…”

“Ah, già sì…Beh, meno male, dai…”

Poi, non si sa come, il dottore cominciò a parlargli (e continuò per circa un’ ora o due) di un libro di un loro conoscente comune, Costigliola, che faceva l’ editore e che scriveva saggi sulla mitologia e antropologia dei popoli: in particolare, un libro aveva impressionato il dottore, un libro che parlava delle molteplici influenze che ebbe la cultura e mitologia egiziana all’ interno della cultura, romana prima, e napoletana poi, che visse nella zona dov’è vivevano entrambi.

Gli parlò, ad esempio, di come il corno rosso portafortuna napoletana non fosse altro che il richiamo al corno del bue del dio Horus, che, una volta, sfidò a duello il dio Seth, che cavalcava invece un cavallo, i cui ferri, allo stesso modo, diventarono anch’ essi degli oggetti giudicati portafortuna dai più superstiziosi tra i napoletani; oppure del fatto che il nome della località Pizzofalcone derivasse dal fatto che lì, probabilmente fu ritrovata una statuetta di nuovo del dio Horus, che aveva come simbolo appunto il falcone.

Poi gli parlò anche di alcuni progetti di racconti che aveva in passato tentato di mettere su carta, prendendo spunto da alcuni racconti dei passeggeri del treno (poi soppresso) di Napoli-Monaco di Baviera, noto mezzo di trasporto degli emigranti napoletani che andavano in Germani a cercare fortuna: il dottore sosteneva che si trattasse di storie interessanti, degne di essere tramandate, ma il ragazzo, un po’ dispettosamente forse, gli oppose il fatto che, pur essendo forse interessanti, erano comunque storie che riguardavano altre persone: mentre, sosteneva lui, “uno scrittore dovrebbe parlare soprattutto di se stesso, e delle cose che gli capitavano”.

Il dottore, un po’ indispettito, cercò di chiudere la questione dicendo:

“Beh, però per fare questo, devi conoscere molto bene te stesso!”

Il ragazzo abbassò la testa, a quella frase, sapendo che nessuno, in realtà, conosce bene se stesso, e aspettò che il dottore trovasse di nuovo l’ allegria per continuare a parlare, magari cambiando argomento.

Infatti, subito dopo il buon medico si mise a parlare della storia romana di Pozzuoli, e di come fosse florida la città a quei tempi, concludendo  con la frase sentenziosa: “solo conoscendo il passato, si può pensare al futuro”.

Enzo stette così ad ascoltare il quasi-monologo del  dottore fino alla fine, interrotto solo da alcuni colorati e rumorosi fuochi d’ artificio che, a un certo punto, brillarono ed esplosero nel cielo notturno della darsena, illuminando i due conversatori, finché non si fece l’ ora, per entrambi, di tornare a casa, perché, come diceva il dottore, “riman si fatic”.

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