IV

La richiesta di amicizia sul social network, come Enzo prevedeva, ebbe effetti nefasti: infatti, la prima volta che Vittoria lo vide, distolse lo sguardo da lui, senza salutarlo, e, per di più, si slanciò quasi verso un suo amico, che era vicino a lui, dandogli un bacino sulle guance.
“Hai visto? Mi ha dato anche un bacino!” esclamò l’ amico, che era molto vanitoso.
“Ma lo volevo anch’io…il bacino…” si lamentò il ragazzo, dicendo l’ ultima parte della frase rivolto verso Vittoria, che stava rientrando nel locale per prendere qualcosa.
Quando la ragazza ri-uscì, però, lo guardò di sottecchi illuminando al massimo gli occhi, di sotto le ciglie, mentre camminava: era il suo modo di dargli un bacino perché, come Enzo sapeva ormai da alcuni anni, a volte le ragazze baciano anche con gli occhi; anzi, forse quelli erano proprio i baci migliori, tra due persone.
Ormai, comunque, andava tutte le notti al locale, ed aveva stipulato un patto non scritto con il caposala e uno dei proprietari, che erano entrambi suoi compagni: lui avrebbe dato una mano, ogni sera, a portare dentro i tavoli e le sedie, e loro gli avrebbe offerto una cedrata Tassoni. In questo modo, fregavano il sistema monetario vigente, ed evitavano dissapori legati ai soldi, che tra amici (ma non solo) sono sempre i più frequenti e i più dannatamente fastidiosi.
Enzo avrebbe potuto usare i soldi del servizio civile, certo, per pagarsi le cedrate: ma, ricordandosi gli anni di mancanza perenne di soldi, ora cercava di avere un occhio di riguardo ogni volta che doveva spendere dei soldi. Per cui, cercava, se poteva, di evitare spese, come poteva essere quella di una cedrata al giorno (che, tra l’ altro, moltiplicata per trecentosessantacinque giorni all’ anno, avrebbe fatto una spesa corrispondente a circa tre mesi del suo stipendio).
In più, mentre lavorava, poteva ammirare meglio la sua amata, starle vicino, e, ogni tanto, scambiare qualche furtivo contatto con lei.
L’ unico problema, però, sembrava essere Marco, un suo vecchio conoscente, che pareva essere parecchio in confidenza con la ragazza: spesso si fermava a parlare con lei, le dava baci sulle guance e, ultimamente, Enzo aveva anche visto sul social network che era andato addirittura in barca con lei, e un altro loro conoscente.
Enzo, comunque, era interessato molto poco, a questi segnali: sapeva, infatti, che se una ragazza è interessata a te, sarà lei a cercarti per prima; quindi, un eventuale storia d’ amore con Vittoria era da escludersi da subito, visto che non l’ aveva nemmeno aggiunto a Facebook: l’ unica cosa di cui poteva accontentarsi era qualche momento di vicinanza e di serenità accanto a lei, quando la vedeva al locale, o, subito dopo averlo chiuso.
Vittoria avrebbe poi deciso di sposare qualcun altro, o sarebbe andata a conviverci: un altro, ovviamente, che non sarebbe mai stato Enzo, perché, era evidente, non le piaceva, in quel senso.
Comunque, a tirarlo un po’ su, in un certo senso, c’ erano sempre le stronzate con gli amici, lì fuori al locale, nel vicoletto che era illuminato dalla luce bianca delle lampade che pendevano tra le mura: gli insulti goliardici, le scenate fintamente arrabbiate, le battute fatte arrossando il viso… Cosa poteva desiderare di meglio?
Le ferie trascorrevano così, con serenità, e con solo pochi rimpianti per non essere andato in vacanza da nessuna parte: si rilassava, e pensava a cosa fare nel futuro, di tanto in tanto.
La piccola storia d’ amore con Vittoria, nel frattempo, andava avanti: dopo qualche giorno, infatti, la ragazza ricominciò a parlargli, poco alla volta, soprattutto nei momenti di chiusura del locale, quando Enzo dava una mano a lei e a Mauro a pulire e portare dentro tavoli e sedie.
Era il momento più eccitante e, allo stesso tempo, dolce della sua giornata, quando riusciva a scambiare anche solo qualche parola con Vittoria, sul fatto che stesse comprando l’ auto, e sul fatto che, forse, era una spesa che richiedesse troppi sacrifici, per lei.
Una volta, a tal proposito, si giustificò, con una vocina sommessa e dolcissima, tanto che si faceva quasi fatica a sentirla:
“Ma non è una spesa grande, l’ auto…Due-e-novanta al mese, a rate…ce la faccio a pagarla…”
“Ma per pagarla devi fare due lavori, no? E questo è molto pesante, non trovi?”
“Ma no…Ho un’ altra entrata, con cui la pago…”
“Ah…Allora fai due lavori perché hai molte spese?”
“Ma no…Sono contenta della mia vita, non ho molte spese…”
“Ah…E allora perché fai due lavori?”
“Beh…Perché ho un progetto in mente…”
“Ah…” ripetè ancora una volta Enzo, che cercava di essere il più delicato possibile, dato l’argomento e la situazione , e usava quell’ intercalare per prendere tempo“ avevo capito che facevi due lavori, perché facevi una vita che richiedeva molte spese…”
“No, no…” concluse la ragazza, e si avviò a buttare la spazzatura, che aveva raccolto insieme a Enzo, mentre parlavano così dolcemente.
L e discussioni con i ragazzi del locale, nel frattempo, continuavano anch’ esse, vertendo soprattutto sul fatto che Enzo percepisse un rimborso spese di quattrocentotrenta euro al mese, ma , in effetti, non aveva nessuna spesa, per il compito che aveva presso la sua associazione.
Questo era un problema etico molto grande e, soprattutto, difficile da giustificare: l’ unica difesa che poteva opporre il ragazzo, era che lo Stato aveva deciso così, e che quindi, lui, che svolgeva comunque il suo lavoro (anche senza spese), non aveva nulla per cui sentirsi in colpa.
Un altro problema, forse anche più grosso, era poi che lui, dei soldi che percepiva al mese, non spendeva nulla o quasi, in divertimenti: questo era altrettanto difficile da capire per i ragazzi del locale, che, allineati alla società consumistica moderna, non ammettevano quasi il procedimento di mettere qualcosa da parte per i tempi bui, come per esempio, quelli che forse sarebbero venuti di nuovo, una volta terminato il Servizio Civile, che aveva una durata di solamente un anno; o per aiutare il proprio padre, che, come quello di Enzo, era sempre seduto al tavolo della cucina, con in mano le bollette e le tasse, sudando freddo per i conti da pagare.
Enzo trovava più giusto cercare di aiutare chi l’ aveva creato e nutrito fino a quando non poteva stare su due piedi, rispetto al fatto di divertirsi in maniera egoistica, come se fosse ancora un bambino: era così difficile, si chiedeva continuamente il ragazzo, da capire per gli altri ragazzi?
Una sera, comunque, Enzo fece anche una nuova conoscenza: Peter Pan- Stefano, un amico di Giovanni, che lavorava e studiava a Firenze, e che era venuto in quei giorni a Pozzuoli per passare le ferie nella città natale.
Con lui e Giovanni, si sedettero, dopo essersi presentati, nel vicoletto adiacente il locale, dove si mettevano spesso, e cominciarono a discutere dei soliti argomenti di cui discutevano, ovvero, le donne, la società, la religione e la politica, finché non si fece l’ alba e tutti tornarono a casa.
Per qualche giorno non andò più al locale, per via del fatto che aveva, per l’ ennesima volta, cambiato i suoi ritmi sonno/veglia: andava però al mare, e andò anche il giorno in cui riprendeva il servizio civile, perché aveva quella mezza giornata libera.
Arrivato al solito posto, dopo un po’ incontrò un signore di mezza età e lo salutò; il signore rispose al saluto e poi disse:
“Sbaglio, o gli scogl s’ ann movut?”
“Eh sì, pare anche a me…” rispose Enzo, che, in effetti, qualche giorno prima, ritornando dopo tanto tempo in quel posto, aveva avuto la stessa sensazione.
“Mah…Sò tant ann ca veng ccà…Fors ‘o mar, e mmaree, l’ hann smoss…”
“Sì…In effetti, può essere…” rispose il ragazzo, guardandosi intorno.
Il signore rimase un altro po’ lì fermo, in silenzio, e poi continuò a camminare sugli scogli, cercando un posto adatto per posizionarsi, con quello che sembrava essere suo figlio, un ragazzone grasso con l’ orecchino, che si faceva spalmare da lui la crema protettiva sulla schiena.
Enzo provò a fare un’ immersione in mare, portandosi maschera e tubo, ma l’ acqua era gelida (quella notte aveva fatto freddo) e quindi ci rinunciò; dopo un po’, fece un altro bagno, tirò qualche bracciata di crawl, e poi tornò sugli scogli. Finalmente, dopo qualche altro po’ di tempo, decise che era stanco di starsene lì , come una lucertola al sole, prese maschera e tubo, e si immerse, nonostante l’ acqua fosse ancora fredda.
“Un po’ d’ acqua fredda non ha mai ucciso nessuno, dopotutto” pensò il ragazzo, mentre si dava ogni tanto qualche leggera manata sul corpo sott’ acqua, per riscaldarsi e pensando a quanto sarebbe costata una muta da sub, magari soltanto prendendo il pezzo di sopra.
Riflettendo, però, sui costi e sul tempo da impiegare per comprarla, Enzo ancora una volta rinunciò all’ idea, e continuò ad esplorare il mondo sottomarino, che tanto gli ricordava i paesaggi dei mondi dell’ universo che aveva qualche volta visto su internet.
Arrivato al punto in cui doveva fermarsi e tornare indietro, perché oltre c’ era un ormeggio delle barche, trovò, sul fondale sabbioso, una serie di pesciolini argentati e sottili che galleggiavano sul fondale fermi, morti.
Emerse allora dall’ acqua, con l’ intenzione di chiedere informazioni a qualche bagnante, ma poi rifletté che in effetti un bagnante poteva saperne ben poco di pesci morti lì intorno; così si diresse verso due sue colleghi sub, entrambi molto in carne, che si trovavano poco più in là.
“Ehi, ma ci sono dei pesci morti, qui!” disse il ragazzo, con tono ingenuo.
“Sì, sono le alici…I gabbiani le prendono…” rispose uno dei due, sorridendo.
“I gabbiani? Ma non dovrebbero mangiarli, i pesci?”
“No” continuò l’ amico del primo sub “sono i gabbiani: li prendono e poi li lasciano così, a volte…”
“Ah capisco…” disse Enzo, poco convinto però, “pensavo ci fosse qualcosa nell’ acqua…”
“No, no” concluse l’altro a mezza voce.
Enzo stava per rituffarsi, quando gli venne di chiedergli ancora:
“Ma di lì si può andare?” e indicò l’ ormeggio delle barche.
“Dipende..”
“Dipende? Da cosa?”
“Beh, devi stare attento…” rispose l’ altro, girando la testa.
“Capisco…Beh, grazie comunque…” disse Enzo, e si rituffò sott’ acqua.
Arrivò all’ ormeggio, e decise di tornare indietro, anche perché sentiva che si stava facendo tardi, e alle diciassette avrebbe dovuto riprendere servizio all’ associazione dove lavorava.
Tornato, dopo un po’, di nuovo al punto dove aveva nascosto lo zaino prima di immergersi, per paura dei ladri, lo trovò subito e lo tirò fuori, sotto lo sguardo allegramente sorpreso (sfido io: tirare da sotto gli scogli uno zaino all’ improvviso non è cosa che capita di vedere di tutti giorni) di una delle due ragazze che, nel frattempo, si erano posizionate sullo scoglio antistante al suo.
Un ragazzo magrissimo che stava cercando granchi felloni davanti a lui, invece, accortosi anch’ egli della magia, gli disse:
“Non la lasciare più, lì, se la prendono…”
“Ma se l’ ho nascosta apposta!” rispose Enzo.
“Sì, ma si vede!”
“Dovrei portarmela sott’ acqua, allora?”
“No…ma magari lasciare nello zaino solo poche cose…Niente soldi, o documenti…”
“Eh…E si mi ferma la polizia?”
“…Ma sei con l’ auto o con la moto?”
“…Con la bici…”
Il ragazzo fece un cenno di assenso: a lui, come ad altri puteolani, evidentemente, il fatto che qualcuno usasse la bici per spostarsi era una cosa difficile da capire.
“Comunque cerca di non lasciarlo più lì, lo zaino, è pericoloso…Noi l’ abbiamo visto, ma non l’ abbiamo preso..”
Enzo gli fece un’ occhiata ironica, come a dire “Ah, ti ringrazio, per non averlo preso!”
Il ragazzo capì, e ripetè, più dolcemente:
“E’ pericoloso, non lasciarlo lì…”
“Eh…E allora che dobbiamo fare? Non dobbiamo più uscire di casa?” disse provocatoriamente il ragazzo.
“No…Dico solo che…non tutti la pensano come noi…” concluse il ragazzo, tornando a cercare i suoi granchi.
Enzo fece un cenno rapido di assenso, e andò a mettersi in piedi di fronte al sole, per asciugarsi meglio, mentre il ragazzo gridava, probabilmente a un conoscente:
“We, agg vist nu granchi senz bocc!”
Come avesse fatto a vedere un “granchio senza bocca”, dato che, notoriamente, dei granchi la bocca non si riesce mai a vedere a occhio nudo, rimaneva per Enzo un mistero: ma il giovane decise di non approfondire la cosa.
Dopo un po’, il ragazzo del “granchio senza bocca”, insieme alle due tipe dello scoglio antistante, e ad altri due conoscenti, diedero inizio a uno spuntino in pieno stile partenopeo, con tanto di sfilatino al prosciutto, sotto un ombrellone che avevano portato da casa.
La ragazza che si era sorpresa quando Enzo aveva tirato fuori lo zaino,era evidentemente la compagna del ragazzo del granchio senza bocca, ed era, anche questo abbastanza evidentemente, di origini russe o ucraine: come molte sue connazionali che vivono in Italia, anche lei aveva il problema di essere chiamata continuamente al cellulare, per questioni di lavoro (di solito, accudire bambini o anziani); perfino al mare.
Ad un certo punto Enzo, un po’ perché aveva del sale nell’ occhio sinistro, un po’ perché stava pensando che anche lui avrebbe voluto essere lì con la sua amata, Vittoria, a prendere il sole e ad ammirare quello splendido mare, portò il dito sinistro verso l’ occhio corrispondente: il ragazzo del granchio, forse pensando che Enzo stesse quasi per piangere, gli disse:
“Ehi…Non è che vuoi qualcosa da mangiare?”
“Eh? Ah, no no, grazie…Sto a posto così…” rispose Enzo.
Il ragazzo fece un cenno di assenso, e rimase un po’ pensieroso: poi tornò a mangiare il suo panino.
Quando il suo costume si fu finalmente asciugato, Enzo potè salutare la comitiva e prendere la via di casa: mentre lo faceva, però, la ragazza ucraina o russa lo guardò quasi come se stesse per morire affogata (o così parve a Enzo) e non lo salutò per nulla a voce: per lei, parlavano i suoi occhi spalancati, come, appunto, quelli di chi abbia tanta acqua alla gola.
Un’ immagine davvero strana, pensò Enzo, mentre si aggrappava agli scogli che lo conducevano verso la salita che portava alla strada sopraelevata.
Tornò quindi a casa, si lavò, si rivestì, e dopo aver ascoltato un po’ di musica, scese di nuovo, diretto verso l’ associazione dove svolgeva il servizio civile.
Arrivato lì, trovò alcuni dei suoi colleghi intenti, come sempre, a digitalizzare alcuni libri, ma questa volta, com’ era ampiamente prevedibile, con delle facce da funerale (per via del fatto che si tornava lì, dopo le ferie).
Chiese ai ragazzi dove fosse il presidente, e, ricevuta come risposta il fatto che era nell’ altra sala, ma impegnato, si accomodò su una panca del salotto, sulla quale erano poggiate centinaia di libri, frutto di una donazione che era avvenuta qualche settimana prima, da parte di una sostenitrice dell’ associazione.
“Cos’ avete fatto in questi giorni, ragazzi?” provò a chiedere Enzo, tanto per fare qualcosa.
“Niente…Io sono stato cinque giorni con la febbre…” rispose Fabrizio, con tristezza.
“Ah…E come mai?”
“Non saprei…” Rispose il ragazzo, che a volte tendeva ad essere molto schivo.
“Mmm…Forse hai sudato, e poi, preso freddo…”
“Eh sì, può essere…” concluse il ragazzo.
In quella, Laura, una volontaria, gli si avvicinò, per dirgli, sapendo che anche lui aveva avuto da poco una simile brutta esperienza:
“Sai, ho preso una multa…”
“Ah…E come mai l’ hai presa?”
“Eh, ho parcheggiato in divieto di sosta…”
“Wow, e non hai visto il divieto?”
“No…”
“Forse il cartello era nascosto…” provò a commentare Enzo, inserendosi nella conversazione, senza molto successo.
Arrivò in quel momento il presidente Schiuma, che cominciò a dare disposizioni riguardanti la digitalizzazione dei libri; Enzo attendeva con impazienza il suo turno, visto che, come sempre, aveva altre cose da fare, e non amava perdere tempo ad aspettare qualcuno o qualcosa.
Dopo qualche minuto venne il suo turno, e discusse col presidente il lavoro fin lì svolto, e i progetti futuri: come spesso accadeva, il presidente non aveva, in quel momento, nessun lavoro da dargli, per cui Enzo propose, ancora una volta, di fare una presentazione di qualche classico della letteratura del passato.
Questa volta, dopo la serata su Fedor Dostoevskij, e “Delitto e castigo”, propose un evento su “La felicità domestica” di Lev Tolstoj, un libro che aveva letto circa un annetto prima, e che lo aveva molto colpito, pur non essendo un amante sviscerato dello scrittore di Jasnaja Poljana.
Il presidente accettò con piacere la proposta del ragazzo, e rimase d’ accordo con lui di organizzarsi come per la serata precedente, ovvero, facendo delle spiegazioni dell’ opera, lettura di brani, proiezione di foto e ascolto di musiche inerenti alla stessa.
Enzo, felice di aver avuto la possibilità di concretizzare un progetto che aveva da qualche tempo in mente (praticamente, da quando aveva fatto la serata su Dostoevskij), salutò quindi il presidente e i ragazzi e si avviò verso l’ uscita: una volta fuori, si diresse verso la biblioteca comunale, per prendere il libro in questione (non ne aveva una copia in casa), ma si ricordò che era in piedi da circa le quattro di notte, e che, forse, era quasi tempo di tornare a casa.
Così, chiamò uno scrittore amico del presidente, per chiedergli l’ autorizzazione di appendere alcuni suoi brani nel locale del suo amico, e, una volta ottenutala, portò il libro di suddetto scrittore in quel posto: lì, ci trovò Stefania, una dei soci del locale, una ragazza dai capelli e occhi neri e il fisico asciutto, e le diede il libro, spiegandole per chi era e a cosa servisse.
Mentre lo faceva, però, non smetteva mai di gettarle degli sguardi lubrici, negli occhi e sui vestiti, come se volesse spogliarla e quasi violentarla lì, seduta stante: la cosa più divertente, però, era che la ragazza (come anche altre ragazze in quei casi, del resto) sembrava gradire gli sguardi lascivi del ragazzo, rispondendogli con altrettanti sguardi ammiccanti.
Dopo aver concluso quella specie di rapporto sessuale di occhi e gesti, il ragazzo voltò il manubrio della bici, e prese la via di casa: incontrò, però, dopo qualche metro, lo sguardo sorridente di uno dei gestori di un locale vicino che, forse, aveva intuito che Enzo aveva appena fatto un favore ad un amico: e, forse forse, quell’ amico voleva essere proprio lui, pensò.
Il giorno dopo, si diede alla lettura del libro di Tolstoj, per la presentazione letteraria da fare in quei giorni: aveva deciso di tornare a leggere nel parco pubblico cittadino, poiché in quel periodo la villetta del centro era infestata dalle mosche, e la biblioteca era chiusa all’ uso del pubblico.
Si sentiva un po’ come Cristopher MacCandless, ovviamente, a leggere proprio quel libro, in mezzo alla natura: ma, poi, si rendeva conto di essere comunque inserito all’ interno di uno Stato hobbesianamente ordinato, e, quindi, un po’ deluso, rinunciava ai suoi vagheggiamenti di indipendenza legislativa.
Una volta passate le cinque ore di servizio, comunque, tornò a casa, suonò un po’, e poi scese di nuovo, per fare un giro alla darsena e incontrare qualche amico (o amica: in special modo, Vittoria).
Lì, in effetti, appena arrivato, incontrò Nunzio, il proprietario del bar che frequentava sempre, prima che Alessandro, un altro suo amico, aprisse la taverna che ora aveva preso il suo posto, come luogo di frequentazione, e che si trovava proprio a fianco al locale di Nunzio: il quale, ovviamente, aveva preso l’ apertura del locale di Alessandro con un po’ di malumore, sapendo che gli avrebbe portato via parecchi clienti; anche se, almeno per come dava a vedere, provava comunque a rimanere amico di lui e di tutti gli altri del suo gruppo.
Enzo lo incontrò che stava arrivando proprio in quel momento, accompagnato in auto da Gennariello, un cantante rapper suo amico, che era abbastanza famoso anche a livello nazionale: appena lo vide, Nunzio gli disse:
“We Enzo, dove vai?”
“Beh, niente, sono venuto a fare un giro…”
“Ah okay…Vieni al bar, allora, dai…”

“Va bene: staj arapenn mò?”
“No, no: sono già aperto, ora…”
Ed Enzo lo seguì al bar, dove tante notti aveva già passato in sua compagnia.

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