IL SERVITORE I        

                   

 

La mattina era andato al mare, nonostante il tempo nuvoloso e qualche goccia di pioggia caduta qui e là, che lo costrinse per ben due volte a prendere la strada di casa e poi tornare al mare, perché smetteva subito di piovere.

Quella mattina, tra l’ altro, c’era un’ iniziativa dell’ associazione politica a cui aderiva, che aveva organizzato un tour dei monumenti cittadini in bici: non era andato, però, perché non d’ accordo con l’ iniziativa, che giudicava non molto utile ai fini che si voleva proporre l’ associazione, cioè la riapertura dei siti archeologici abbandonati e chiusi al pubblico.

Così, aveva preferito dirigersi verso la zona di La Pietra, angolino abbastanza tranquillo di Pozzuoli dove, spostandosi un po’ dai chiassosi bagnanti che comunque anche lì venivano a fare rumore, poteva trovare ogni tanto un po’ di pace, sole e tranquillità. Certo, andarci con una donna sarebbe stato il massimo, ma, si sa, non si può avere tutto, dalla vita…

Era tornato a casa quindi verso le tre, aveva ascoltato un paio di album dei Whitesnake, perso un po’ di tempo su Facebook, e poi era sceso di nuovo, per recarsi all’ altra associazione, quella culturale dove svolgeva il servizio civile.

Arrivato lì, però, trovò solo il presidente Antonio Schiuma, insieme ad un’ assidua socia dell’ associazione, una signora di mezza età dal volto scavato, e ad un’ altra signora che non aveva mai visto prima, ma che gli ricordava un’ amica di famiglia appassionata di vita sana ed alimentazione equilibrata (ed infatti, con suo dispiacere, Enzo avrebbe scoperto da lì a poco che erano quelli gli argomenti che la signora, venuta apposta da Latina, proprio come l’ amica di famiglia, avrebbe discusso nell’evento che proprio lei doveva tenere quel giorno all’ associazione, che organizzava eventi culturali, soprattutto quando c’erano i ragazzi del servizio civile).

“Allora” esordì il presidente, dopo i convenevoli “com’è andata ieri alla formazione?”

“Ah sì, con Maurizio” rispose Enzo, riferendosi alla persona che teneva il corso di formazione dei volontari “Bene, abbiamo fatto un giochino sull’ <ascolto>… C’ erano delle domande a cui dovevamo rispondere, come per esempio, se quando ascoltiamo una persona, guardiamo altrove o meno, quando ci parla…Perché questo significa che non prestiamo attenzione a quello che sta dicendo…”

In quel momento, però, Schiuma cominciò a girare la testa qui e là, facendo finta di guardare altrove, distogliendo lo sguardo da Enzo. Il ragazzo, che conosceva bene il carattere giocoso del presidente, colse “al volo” lo scherzo e, stando al gioco, esclamò, in un tono fintamente arrabbiato:

“Ah, ma non mi stai ascoltando, guardi altrove???” e, vedendo il sorriso larghissimo da Joker di schiuma in risposta, continuò, con tono fintamente di rimprovero “beh, allora avresti preso un voto basso, al test…C’ erano varie gradazioni di voto: da sessanta a settanta, insufficiente, da settanta a ottanta sufficiente, da ottanta a novanta buono ecc…Noi abbiamo preso quasi tutti “sufficiente”, perché ascoltare, si sa, è una cosa molto molto difficile…” concluse con un tono, sempre fintamente, solenne….

“Eh sì, hai ragione” convenne Schiuma “E il libro che ti ho assegnato, come ti è parso? Ho letto la recensione, ma sai com’è…”

“Ah, il libro, interessante, sì…”  rispose infervorandosi Enzo, visto che si andava a toccare una delle sue passioni più grandi, cioè la letteratura “l’ unica critica che forse potrei muovergli è che si disperde un po’ troppo con le situazioni comiche…Voglio dire, ci sono delle denuncie importanti, sull’ alienazione mentale e sociale in cui la società moderna getta gli individui, però queste situazioni vengono in un certo senso annacquate troppo nella comicità, col risultato che forse un lettore poco attento può perdersi nella comicità, e dimenticare il messaggio di denuncia…Per esempio, quando parla del pensionato che sta tutto il giorno davanti alla televisione, e perde il contatto con la realtà…Ma è una questione complessa, e, magari, dovrei parlarne direttamente coll’ autore: magari lo farò quando ci sarà la presentazione, qui…”

Schiuma, un po’ a disagio per il riferimento al personaggio del pensionato, che andava a toccare forse situazioni esistenziali di suoi coetanei simili, gli diede brevemente ragione e cercò di cambiare di nuovo argomento, quando entrò proprio in quel momento Fabrizio, un altro volontario, che, dopo essersi presentato alle due donne e salutato il presidente, venne anche a salutare Enzo, che lo accolse con uno scherzo imparato all’ altra associazione, cioè quello di dire il proprio nome, come se ci si stesse presentando di nuovo. Il ragazzo stette al gioco, per poi dirigersi altrove, così come fece Enzo, che lo seguì in corridoi, per vedere se era arrivato qualcun altro.

Infatti, lì trovò il vecchio Pietro, il ragazzo sfegatato del Brutal Metal che suonava la batteria e la tastiera, e che aveva conosciuto qualche anno prima, quando fece il corso di animatore nella stessa associazione.

“Wewe Pietro, come va?” lo salutò allegramente Enzo, anche se sapeva che di lì a poco il ragazzo lo avrebbe ammorbato con la storia che voleva mettere su non uno, ma vari gruppi brutal metal, coi ragazzi che frequentavano l’ associazione.

“Eh, tutto bene…I soliti problemi con la corrente…Te lo dissi, ho cambiato casa e non me la vogliono attaccare…” disse Pietro.

“Ma guarda, io ho parlato di questa cosa a mio padre, che lavora nel settore dell’ energia, ed ha detto che non è possibile, che non te la vogliono attaccare…”

“Eh” rispose “ma hai detto a tuo padre che vogliono dei soldi sottobanco per attaccarla, nella nuova casa?”

“Ci vogliono circa mille euro…Io dove li prendo, mille euro? Me li dai tu???”

“Eh, certo…Ti darei mille schiaffi, io…” aggiunse, in tono che cercava di essere scherzoso.

Tuttavia, Pietro, ovviamente non la prese bene e, alterandosi, disse:

“Bene…Allora non parlare più, per favore…”

Proprio in quel momento, però, quasi a voler risolvere la situazione,  arrivarono Fabrizio e Ilaria, un’ altra volontaria, che chiesero di che si stesse parlando.

“Dice che non devo parlare più…Ha un problema con la corrente…” impapocchiò Enzo, cercando di spiegare la situazione.

“Sì, ho cambiato casa e non mi vogliono attaccare la corrente…A meno che non pago mille euro…” confermò in tono serio Pietro.

“Capisco” fece Fabrizio, con aria comprensiva “è un bel problema…Ma dove abiti?”

“A Cigliano…In culo al mondo…E’ una brutta zona, proprio…E devo farmela anche a piedi, per andare a lavoro e tornare…La sera non ci sono nemmeno i lampioni, ci sono solo le lucciole…” concluse, strabuzzando gli occhi marroni.

“Le lucciole!” ripetè con entusiasmo Enzo, che da quando aveva visto un servizio su Mtv di un tipo, Mattia, che era andato a vivere da solo in una campagna delle Marche e la sera tornava a casa attraverso un sentiero illuminato solo dalle lucciole, aveva sempre in mente quell’ immagine.

Pietro, però, ovviamente non poteva saperlo, e perciò lo guardò un’ ennesima volta stranamente.

“Beh, devi prenderti un motorino, allora” provò a suggerire Fabrizio, col solito tono paterno.

“Sì, mi voglio prendere il Cinquanta…E’ più comodo…” assentì Pietro.

“Mah, io ti consiglierei la bicicletta…Tagli un sacco di spese…” provò a suggerire Enzo.

Fabrizio, puntosi sul vivo, probabilmente, perché lui si spostava in  motorino, gli disse, in tono nervoso:

“Ah, tu ti sposti in bici, vero? Come ti trovi, bene?”

“Beh, sì, certo…A parte qualche salita, al ritorno…Ma niente di pesante…”

Minima, minima!”  tagliò corto l’ altro, che a quel punto poteva ritenersi abbastanza soddisfatto, forse.

“Eh, anche io per tornare a casa devo fare una salita…Parecchio pesante: come la farei, con la bici?” disse Pietro.

“Eh vabbuò…A puort mman, scinn! Anch’io lo faccio, a volte, sulla Solfatara…” esclamò con allegria Enzo.

“No no, mi prendo il motorino…” dissentì di nuovo Pietro.

“Vabbuò, fai come vuoi tu…” concluse Enzo. Come al solito, nessuno voleva spostarsi in bici, a Pozzuoli. O quasi, nessuno. Di certo, non le ragazze, che per essere accompagnate a casa la sera, volevano la macchina, visto che i mezzi pubblici non passavano più, dopo le ventuno e trenta, ventidue.

Poi, Ilaria disse:

“Ma tu eri al Virgilio, giusto? Conoscevi il professor Cristiani?”

“Sì, sì…Era un vero pazzoide…Me lo ricordo ancora…Una volta litigai anche, con lui” confermò Pietro.

“Ah…Per i libri…Forse?” chiese con tono comprensivo Ilaria: in quei ragazzi sembrava esserci comprensione “a pacchi”.

“Eh, sì…Non capiva che i nuovi non si potevano ordinare con le cedole…Così, mi mandò una volta in presidenza…” aggiunse con un po’ di rancore il metallaro, che, anche se non l’ abbiamo detto, aveva il “segno particolare” di un’ enorme ciuffo di capelli che gli scendeva fin quasi al petto, nello stile quasi degli Emo.

Da lì, poi, tra i ragazzi fu tutto un “revival” di “tu eri in classe con X?” o “tu avevi Y come prof?”, poiché tutti e tre avevano fatto il Virgilio, liceo sociale sulla Solfatara, e, tra l’ altro, l’ avevano anche finito da poco…

A sentire questi discorsi, pensò Enzo, si direbbe che tutti i compagni di classe e tutti i professori avuti al Liceo fossero tutti poco sani di mente: o, più probabilmente, è solo un modo per ricordare con allegria i “vecchi tempi”, quando ci si ritrova tra vecchi compagni di scuola.

Enzo, comunque, che aveva fatto lo sperdutissimo Liceo Classico Majorana Due, a Toiano, non poteva “mettere nemmeno una scopa” nella conversazione, come si dice, quindi preferì dirigersi verso l’ altra sala della sede dell’ associazione, non prima, però, di aver incontrato Giusy, un’ altra volontaria, che gli diede l’ altro libro da leggere in quei giorni, con aria minacciosa, forse per il fatto che qualche giorno prima le aveva chiesto l’ indirizzo mail di Luisa, un’ ennesima volontaria con cui avrebbe voluto “provarci”.

Ricevuto il libro, e insaccatolo nella sua borsa nera, si diresse verso l’ altra sala, lo studio del presidente Antonio Schiuma: lì trovò la bella immagine di Arianna, la filosofa che aveva conosciuto qualche anno fa sempre in quell’ associazione, quando vi collaborava come volontario non retribuito.

Dal primo momento in cui la vide, una sera in cui c’ era un evento che ora non ricordava, se ne innamorò perdutamente, per scoprire poi con delusione, che, come il novantanove per cento delle ragazze “over 14”, era già fidanzata, con una storia di svariati anni alle spalle.

Ora la ritrovava come collega, e poteva vederla due o tre volte a settimana, all’ associazione o al palazzetto dove facevano “formazione”, ed era impossibile per lui, pur sapendo che era fidanzata, resistere al suo fascino decadente e languido.

Era infatti una giovane dal viso pallido, un paio di occhi marroni sempre (e dico sempre) lucidi, che le davano uno sguardo che ricordava vagamente quello di una vipera, incorniciato da una cascata di capelli castani.

Per un temperamento artistoide come quello di Enzo, che si piccava  di dipingere e suonare, era inevitabile rimanere affascinato da un tipo di ragazza del genere, per cui, da quando aveva cominciato il lavoro lì, e l’ aveva rincontrata, non faceva altro che pensare a lei, la sera prima di addormentarsi, e la mattina, quando si svegliava.

Trovandosela davanti quel giorno, quindi, dopo averla salutata ed esserle seduto davanti, continuò la discussione con Pietro, che, nel frattempo, era entrato anche lui in sala e aveva riattaccato la vecchia solfa di voler mettere su non uno, ma vari gruppi brutal metal, insegnando a suonare ai vari volontari dell’ associazione.

“Nooooo” rispose Pietro alle sue richieste di partecipare al progetto “il brutal non lo faccio…Al massimo power, trash…Heavy metal, faccio…”

“Ma dai” insistette lui “il brutal  è bello, è un’ altra cosa, ci si diverte…”

In quel momento, Enzo si accorse che Arianna lo stava guardando, e, per farla divertire, disse a Pietro:

“Okay, ma quindi di là, quante persone hai brutalizzato? C’è sangue dappertutto, cadaveri per terra?” disse, strizzando l’ occhio Arianna, che rise divertita.

“Ma no, sto parlando seriamente…Il mio è un progetto serio…” disse, quasi giustificandosi Pietro, per poi ritornare appunto nell’ altra sala, forse perché si era accorto di essere di troppo, lì.

Arianna lo seguì con lo sguardo per qualche secondo, per poi commentare, sibillinamente (era una tipa di poche parole):

“Er Pelliccia…”

“Eh?”  fece finta di non capire Enzo, per avere modo di parlarle un po’.

“Si era parlato di un certo Er Pelliccia, tempo fa…Chi era?” disse, fingendo interesse in quello che diceva Arianna.

Enzo pensò, infatti, che glielo avesse chiesto giusto per dire qualcosa; comunque rispose:

“Quello che tirò l’ estintore…Durante la rivolta…Di Roma…”, mettendo molte pause tra un sintagma e l’ altro, e abbassandosi col corpo e la testa di fronte a lei, in una posa forse troppo affettuosa.

Infatti, Arianna assentì con la testa, ma si alzò e si diresse verso l’ altra sala, non prima, però, di avergli gettato uno sguardo di complicità.

Vincenzo la seguì, comunque, anche a costo di apparire insistente (non gli importava, dato che aveva davanti una donna così bella), dopo aver preso una chitarra classica da un mobile della saletta, e si sedette abbastanza vicino a lei, ma ad angolo retto: Arianna, infatti, era seduta con le spalle al maxischermo su cui sarebbero state proiettate le slide della conferenza, a destra della porta, mentre lui era immediatamente a sinistra.

In quella posizione poteva vedere le sue stupende gambe, inguainate nelle calze nere che portava sotto la gonna di jeans che le aveva visto spessissimo addosso: evidentemente Arianna, proprio come lui, amava vestirsi quasi sempre con gli stessi , in modo da stare più comoda e\o sentirsi più artista di strada.

Quello stupendo paio di gambe, comunque, gli rimescolava tutto il sangue nelle vene, dandogli sensazioni  che lo allontanavano parecchio, ma proprio parecchio, da quell’ equilibrio zen che si era proposto di seguire e portare avanti nella vita di ogni giorno: erano uno spettacolo affascinante come gli scogli della zona di La Pietra, dove era solito andare a mare, o come i boschi del Gauro, dove era solito andare a camminare.

Enzo avrebbe voluto dirle qualcosa, sull’ argomento, magari proprio: “che gambe stupende che hai…”o, scherzando, addirittura, qualcosa tipo: “ma bisogna pagare qualcosa, per vedere questo paio di gambe???”

Temeva però che Arianna si sarebbe arrabbiata parecchio, non riuscendo a sostenere lo scherzo, così imbracciò la chitarra e si mise a strimpellare qualcosa, per poi interrompersi dopo un po’, perché pensava che doveva almeno farle un po’ compagnia, nell’ attesa che iniziasse la conferenza.

Così le disse, tanto per dire qualcosa:

“Tu dai le spalle allo schermo? Non ti interessa?” facendole un occhiolino.

“Ah no, vabbè, dopo mi sposto…Non è carino dare le spalle…” rispose lei.

“Eh già…” assentì lui “e le lezioni come vanno?” continuò, riferendosi alle lezioni private che dava ai bambini.

“Ah bene….Ma sono finite!” esclamò.

“Ah, giusto, siamo a Giugno, ormai! E il tirocinio, invece?”

“Bene, procede ancora, fino a fine mese…”

“Ma vai tutti i giorni?”

“No, no…Tre-quattro volte a settimana, dipende da quanti siamo…”

“Logopedia, giusto? Strano, però, dopo aver fatto filosofia…”

“Beh…Ho scoperto che mi piaceva molto…”

“Capisco…Beh, poi dà molti sbocchi lavorativi, penso…A me invece fanno impressione, queste cose: una volta feci un esame sulla struttura della bocca, della gola…Non riuscivo quasi a farlo…”

“Ma se si vuole fare queste cose, bisogna superare questi blocchi….”

“Sì, ma ci sono persone, secondo me, che hanno “blocchi” maggiori…Vabbè, è andata così…”

Proprio in quel momento, “salvati dalla campanella”, iniziò la conferenza della signora di Latina, Elisabetta, impiegata alle poste, che quel giorno aveva deciso di funestare i ragazzi del volontariato con una sostanziosa conferenza fatta di avvertimenti su cosa mangiare o meno, per evitare malattie come il cancro, diabete, obesità ecc.

Le ragazze, ovviamente, erano molto più interessate dei ragazzi, storicamente attente, come sono, alla dieta, al peso, alla salute; Fabrizio e Vincenzo, invece, a volte si incrociavano lo sguardo con l’ espressione di chi avrebbe voluto stare decisamente da tutt’ altra parte.

Più volte, tra l’ altro, Vincenzo aveva  cercato di intervenire, facendo qualche domanda alla relatrice, tanto per dire qualcosa ed interrompere quell’ esasperante monologo di allerta sulla roba che ci si buttava giù in corpo; la relatrice, però, testa dura come quasi tutte le seguaci di questo tipo di regimi alimentari cosiddetti sani non rispondeva mai direttamente alle sue domande, o cercava di sviare il discorso su argomenti simili, ma non uguali, forse perché non aveva nulla con cui ribattere direttamente alle obiezioni del giovane.

Come che sia, dopo circa un’ ora (o due? Chi sa…era sembrata un’ infinità, a Enzo) piombata come una campana di sommozzatore, la conferenza si avviò alla fine, con la prova finale: vale a dire che, chi avesse voluto, poteva controllare l’ equa (o meno) distribuzione del suo peso sul suo corpo, attraverso una speciale bilancia che la mai troppo deprecata relatrice aveva portato (dal basso Lazio) appositamente (sic!) per i nostri giovani malcapitati del servizio civile.

Nunzia, una delle volontarie, fu l’ unica a voler provare l’ infernale aggeggio: e, per provarlo, dovette anche togliersi le scarpe, le calze e asciugarsi i piedi, perché “l’ eventuale sudore avrebbe potuto alterare i risultati”, disse la kapò travestita da dietologa.

Mentre fervevano i preparativi per la “pesata”, comunque, Enzo decise di mettere in pratica uno scherzetto che gli era venuto in mente mentre ascoltava la funestissima relatrice, e cioè, girarsi verso Arianna e dirle:

“E tu che sei? Una proteina? Un carboidrato? Un grasso no, non credo proprio…”

Lei prima fece un gesto di incassamento, poi si tirò indietro sulla sedia, emettendo una risata (che gli pareva) argentina, e disse:

“Ma, che significa…”

A quel punto, com’ era prevedibile, e nonostante Enzo avesse cercato di parlare a bassa voce, la relatrice-kapò, sentito tutto, o quasi, quel poco (ma che poco!i cosiddetti sweet nothings degli inglesi…) che si erano detti i due giovani, reclamò il suo “diritto di riconoscimento”, come direbbe Hegel o un suo studioso, e fece finta di chiedere a Enzo se poteva togliere dal pc dell’ associazione la sua penna usb.

Il giovane si alzò dalla sedia subito, interrompendo a malincuore quell’ atmosfera di complicità che si era venuta a creare tra lui ed Arianna, e cercò di sbrigare il problema che gli si poneva il prima possibile, in modo da tornare dalla “sua” giovane.

“Non saprei…” disse allora alla kapò “ma penso di sì…Prego…” ed accompagnò col corpo l’ operazione di staccamento della penna che in quel momento stava compiendo la puntigliosissima donna. Dopo quell’ accompagnamento, diciamo così, ella potè ritenersi soddisfatta del debito di affetto in cui, probabilmente, l’ aveva gettata la battuta di Vincenzo ad Arianna; prima di andare via, comunque, diede ai ragazzi tre opuscoletti sulla conferenza, che Enzo distribuì ai colleghi; quando lo diede ad Arianna,  le disse, scherzando:

“E questo è il nostro…”

Lei assentì divertita, e poi disse:

“Tutte cose che già…”

“Sappiamo!” completò Vincenzo, sotto lo sguardo di nuovo un po’ torvo della relatrice-kapò, che era sempre troppo vicina, quando i due si scambiavano dolci stupidaggini.

“Lo vuoi tu?” chiese Enzo ad Arianna, ma con un tono che era più adatto, forse, all’ offerta di un anello di fidanzamento, piuttosto che ad un opuscoletto sulla dieta equilibrata.

Arianna, ovviamente, rifiutò, più per il tono, probabilmente, che per l’ oggetto in sé, mentre proprio in quel momento Fabrizio salutava tutti e se ne andava, prima che finisse l’ orario di “lavoro”.

Dopo aver salutato a sua volta, Enzo chiese ad Arianna:

“Ma possiamo andare via, o se ne va solo lui, un po’ prima?”

“Non saprei” rispose la tipa “ credo che se ne stia andando lui solo…”

Allora Enzo si alzò e andò a chiedere al presidente se lui e gli altri ragazzi potevano andare via: il contatto e la compagnia di Arianna erano belli, ma si avvicinava l’ ora di cena e non poteva certo mangiare il bel viso della ragazza, anche se, metaforicamente, già lo faceva con gli occhi…

Così, passò nell’ altra sala, si scusò per il disturbo con il presidente, che stava parlando con una signora, e gli chiese:

“Scusa,” (gli dava sempre del “tu”, non riusciva mai a dargli del “voi” o del “lei”, anche se qualche volta, con sommo stupore del presidente, ci aveva provato) “ma possiamo andare?”

“No, ancora un’ altra mezz’ oretta” rispose il presidente.

“No, perché ho visto che Fabrizio se n’è già andato..”

“”Eh, mi ha chiesto il piacere di andare via prima, aveva un impegno… Non preoccuparti, un’ altra mezzoretta…”

“Okay, grazie…Allora, a dopo” si congedò Enzo, e andò nell’ altra sala.

 

 

 

 

 

 

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