“IL BLOGGER AI LETTORI”

“Il reato di diffamazione, previsto e punito dall’art. 595 del codice penale, si configura quando una persona offende la dignità e la reputazione altrui in presenza di più persone. Tale reato si può commettere con maggiore facilità in rete, comunicando con migliaia di persone contemporaneamente tramite chat, forum, siti o blog, anche in considerazione del fatto che l’errata convinzione, psicologicamente parlando, di essere protetti da una sorta di anonimato, partecipando alle discussioni con un nomignolo (nickname) che non è direttamente correlato con il nostro vero nome, può avallare comportamenti criminali.
Nell’articolo del codice penale sopra richiamato è previsto che tale reato possa ritenersi compiuto anche mediante mezzi di pubblicità, e nella prassi internet è considerato proprio un mezzo di pubblicità, in quanto idoneo alla diffusione di una notizia e a raggiungere una pluralità indeterminata di soggetti.”

Questa, in poche parole, è la motivazione per cui mi spinge oggi, 16 Settembre 2014, ad abbandonare la pubblicazione del mio racconto “Il servitore” su questo blog, non essendo molto disposto ad affrontare le condanne dai tre ai sei mesi di reclusione che questo reato comporta. Alcune persone molto “sensibili”, infatti, si sono ritenute offese da ciò che ho scritto, ed io ne ” prendo atto”, come si dice in questi casi.
Come ho detto anche su Facebook, continuerò tuttavia a scrivere privatamente e, magari un giorno, anche a pubblicare (a mie spese, ovviamente).

RingraziandoVi per l’ affetto e l’ attenzione con cui mi avete seguito in questi mesi,

con affetto

Roberto Volpe

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Il servitore- capitolo VI

Il servitore- capitolo VI

Frattanto morì, per Enzo, anche un’ altra speranza amorosa: Alessia, infatti, una delle volontarie del servizio, che gli sorrideva sempre allegramente, e a cui aveva mandato anche alcune poesie di Leopardi, si decise a lasciare il suo ragazzo, ma non certamente per lui…Bensì per un suo collega del servizio civile, Gennaro, un tipo smilzo e alto, con l’ aria sempre svagata e distratta, amante della salsa e dei cantautori rock.

Ad un certo punto, mentre suonavano le note di una canzone dei Napoli Centrale, squillò il cellulare di Alessia, ed Enzo la vide illuminarsi tutta, come se toccasse il cielo con un dito. Probabilmente, pensò il ragazzo, era Gennaro, che le chiedeva se avesse finito il lavoro, e voleva venirla a prendere.

Enzo non si sbagliò nemmeno quella volta (il “a pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si indovina” di Giulio Andreotti era ormai diventato uno dei suo motti di vita): infatti mentre pedalava duramente sulla sua bici, nei pressi di casa, scorse i due, uno accanto all’ altro, camminare insieme romanticamente…E non potè fare a meno di prorompere in una satanica risata, vedendoli insieme, per l’ ennesima beffa del destino verso di lui, una persona che cercava solo di vivere nella maniera più onesta e seria possibile…

Gennaro, però, appena lo scorse, gli volse le spalle, mettendosi davanti ad Alessia: il rapporto era ormai definito, il loro amore nascente non ammetteva rivali o guastatori di sorta.

E, forse, Gennaro lo fece anche per risparmiargli un saluto che sarebbe suonato quantomeno poco credibile e insincero, oltreché molto sofferto, per il ragazzo…Chissà, magari c’ era ancora un briciolo di speranza nell’ Umanità, pensò il ragazzo.

Una volta tornato a casa, comunque, fece una doccia (anche se aveva intenzione di andare a fare ciclismo, poco dopo), si riposò qualche minuto, si mise abiti sportivi e scese per fare ciclismo, dopo aver salutato due lontani zii che erano venuti quel giorno a casa, non sapeva per quale motivo…

La corsa in bici fu liberatoria, come sempre, e salutare: una volta ritornato, si lavò di nuovo, si mise altri panni comodi, mangiò qualcosa, e premette il tasto play sulla seconda parte del film Il grande Lebowski, che ogni anno, da tre anni, aveva il rito di rivedere, a fine Agosto…

Una volta terminata la visione del film, e un poco più in pace col mondo, pensò a cosa fare del resto della serata:  avrebbe voluto scendere, per andare alla darsena, ma si sentiva distrutto…

Così decise di rimanere in casa, e magari, perdere un po’ di tempo sul social network: lì, provò a contattare Luisa, una sua collega di università che conosceva solo virtualmente, e che spesso metteva  mi piace ai sui status.

Parlarono per circa un’ ora o due, liberamente e dolcemente, e si salutarono in maniera simile: più volte, in passato, Enzo, le aveva chiesto di vedersi di persona, ma lei aveva sempre addotto delle scuse e dei pretesti.

Ora, anche per il fatto che aveva litigato e abbandonato il suo precedente fidanzato, sembrava più disponibile a concretizzare la cosa, tanto che gli diede come data dell’ appuntamento la seconda settimana di Settembre, quando sarebbe tornata dalla sua vacanza in Calabria.

Enzo, memore delle esperienze passate, tra cui quella che aveva visto la corrispondenza trimestrale con una tipa che era andata a studiare in Russia, che gli aveva promesso un appuntamento al suo ritorno, per poi rimangiarsi tutto a pochi giorni dal ritorno, non diede peso alle promesse di Luisa: era pur sempre un’ esperienza virtuale, e sapeva che l’ avrebbe lasciata perdere, non appena avesse incontrato una ragazza reale che avesse voluto una relazione con lui.

Comunque, era arrivato di nuovo il week end, ed Enzo lo passò, in mattinata, in biblioteca a leggere per il servizio civile e a studiare per l’ università: la vecchia biblioteca di Palazzo Toledo, dove ormai andava a studiare da circa quattro anni, in quei giorni era frequentata, prevedibilmente, dalle matricole dell’ università, che si stavano preparando, timidamente e speranzosamente, per i primi loro esami.

Enzo si sentiva un po’ abbattuto, in quei giorni, per il fatto di avere ormai ventotto anni, e di frequentare ancora l’ università: però, cercava di riprendersi, consolandosi col fatto che, almeno, lavoricchiava un po’, anche, col servizio civile; e, tutto sommato, alla laurea gli mancava solo un esame.

Tra i nuovi utenti della biblioteca c’ erano, come sempre, anche molte ragazze carine: una di loro, la vide quasi di sorpresa, girandosi indietro, quando era sceso a prendere dell’ aria fresca.

Era seduta sul muretto vicino alla cabina dell’ elettricità, fumava una sigaretta, aveva un vestitino bianco cortissimo (quasi una sottoveste, per cui si vedeva quasi tutto il suo corpo, nudo), capelli e occhi castani, un visino dolce da cerbiatta.

La ragazza si accorse che Enzo la guardava, e che iniziava ad assumere uno sguardo molto lascivo, osservando il suo corpo quasi nudo; lei ricambiava gli sguardi, con delle occhiate dure e oblique, che potevano voler dire sia un interessamento ad un accoppiamento fisico con lui, sia un disprezzo per tale eventualità: dopotutto, come si sa, odio e amore si toccano e si confondono molto spesso, pensò il ragazzo…

Stava già pensando di attaccare discorso, con un buffo , ma simpatico “che caldo, eh?”, quando si ricordò che, ormai, aveva iniziato a parlare con Luisa, e, forse, sarebbe stato sbagliato iniziare a farlo con qualcun’ altra; inoltre, aveva, come spesso gli accadeva, la sensazione che quella fosse una ragazza viziata che si faceva pagare gli studi dai genitori, senza lavorare, anche se la realtà dei fatti l’ aveva quasi sempre smentito, in quanto esistevano moltissime studentesse (meno gli studenti, perché per i maschi era più difficile trovare lavoro part-time) lavoratrici. Comunque, decise che quella era una ragazza viziata, così, a priori, e si girò definitivamente: quando però gli venne in mente che, per quello che cercava lui, cioè un rapporto facile di una botta e via, quel tipo di ragazza era ottimale, e si girò di nuovo per parlarle, quella era già sparita, probabilmente intuendo che Enzo aveva deciso di non attaccare bottone.

Un po’ deluso, rimase un altro po’ lì fuori, e poi tornò di sopra, a finire le ultime pagine del libro: dopodiché, raccolse tutte le sue cose, e si avviò a casa.

Si riposò un po’, scese dabbasso a mangiare qualcosa (i suoi parenti, con i quali abitava, avevano deciso di fare delle pizze al forno, quella sera), scambiò qualche battuta con zii, cugini e amici di famiglia, e poi inforcò la sua bici verde, diretto, come sempre, d’ estate, verso la darsena cittadina, dai suoi compagni di allegro e, a volte, tormentato, cazzeggio …

Una volta arrivato lì, trovò Giovanni (dopo alcuni giorni che non lo vedeva), insieme a Paolo e Antonio, altri due sue amici, da poco tornati dallo Zsiget di Budapest…

Giovanni indossava una maglia nera con tantissimi colori vivaci sopra, che non poteva non risaltare, in mezzo all’ altra gente: appena lo vide, Enzo gli saltò quasi addosso, gridandogli:

OOOOhhhh, ‘o filò!!!”  Infatti lo chiamava il filosofo, per sfotterlo.

OOOh, ‘o pazz!!!” ricambiò il ragazzo, mezzo stonato. “Ma ch’ rè stu fatt, r’ o video ca maj mannat? E fa semp l’ arrogant!” continuò, con tono polemico. Infatti Enzo, qualche giorno prima, sentendo la sua mancanza, gli mandò un video dei Radiohead, con la frase “cerca di ascoltare anche un po’ di musica fatta con gli strumenti classici”.

Evidentemente, come si era anche capito dai commenti del ragazzo sotto al video, la cosa non gli era piaciuta, come gesto, diciamo così: trovava, infatti, che Enzo volesse porre su un piano superiore la musica fatta con gli strumenti, rispetto a quella fatta col computer; e, di conseguenza, mettere in superiorità anche se stesso, che ascoltava la prima, rispetto a Giovanni, e a tutti quelli che ascoltavano la seconda. E glielo disse apertamente.

“Ma scusa,” provò a giustificarsi Enzo “ma nella musica fatta con gli strumenti c’è un elemento umano che nella musica fatta al computer non c’è: ci sono delle persone, che suonano, materialmente…”

“Ma anche nella musica techno c’è una persona che la suona! Solo che usa il computer, invece della chitarra, del basso, eccetera!”

“Ma non è la stessa cosa! Cosa ci vuole a fare una base musicale al computer? Anch’io sapevo farla, quando usavo Fruity Loops!

“Eh sì…E allora, secondo te, perché ci sono alcuni Dj che sono più importanti e famosi degli altri? Ci sarà un motivo, no?”

“Il motivo? Ma il motivo sono gli agganci politici, gli agenti pubblicitari e tutto il resto appresso!”  esclamò il ragazzo.

Giovanni, a quell’ ennesima battuta ferma e decisa, non oppose più nulla, rinunciando a continuare la discussione, capendo che non sarebbe riuscito a convincere Enzo della sua idea. Fece solo una faccia sprezzante e se ne andò qualche metro più in là, sedendosi al tavolo con Alessandro, che era anch’ egli seduto lì.

Qualche secondo dopo, Enzo gli si avvicinò, desideroso di continuare la discussione:

“Ma scusa” iniziò di nuovo “non pensi che un giorno, magari, le macchine diverranno così complicate, che la produrranno loro, la musica?”

“Eh…La producono loro…E nuje c’ a sentimm: qual è o problem???”

Questa volta fu Enzo a non ribattere, ed a guardare da un lato sprezzantemente: poi si inserì Alessandro che disse:

“Sentite, io penso sia solo un fatto di emozioni: se uno, dopo una giornata di fatica, vuole rilassarsi con della musica digitale, che male c’è? Si tratta, pur sempre, di emozioni! Rosariuzzo (un noto gay della zona, in quel momento presente) si emoziona vedendo il pene, io mi emoziono vedendo un’ altra cosa, tu ti emozioni vedendone un’ altra…Emozioni!”

“No, no! E’ proprio questo il punto! Non si tratta di emozioni! Quando uno si rilassa, non prova emozioni: l’ emozione è uno sconvolgimento, che ti prende dentro, ti scuote tutto nell’ anima…”

A quelle parole, Vittoria, che nel frattempo era arrivata, ed aveva accettato l’ invito di Alessandro a sedersi,  sussultò ed andò indietro sulla sedia, come smossa proprio da quelle parole di Enzo. Poi si riprese, e disse:

“Guarda, non c’ entra nulla…Ieri è venuto un tizio…” E si fermò un attimo: “Sei venuto, ieri???”

“No, no…” fece Enzo, sussultando questa volta lui sulla sedia, ricordandosi che ieri era rimasto a casa, distrutto dal solito giro ciclistico del venerdì.

“Beh, è venuto un tipo a suonare nel locale a fianco…”

“Questo locale qua?” fece Alessandro, evidentemente infastidito che si parlasse bene di un altro locale, oltre il suo.

“Sì…” confermò timidamente Vittoria “ha suonato, e ci ha fatto emozionare tutti…” continuò “Vedi, non so che ascolti tu, ma io ascolto, per esempio, Einaudi…Lo conosci?”

“Ludovico: come no…” e, con un tono più romantico e sognante, aggiunse “Le onde…” citando uno dei pezzi più belli e noti del maestro, e facendo un occhiolino alla ragazza.

Vittoria, sentendo nominare un pezzo che anche a lei piaceva moltissimo, s’ intenerì tutta per un attimo…Poi si riprese e disse:

“Comunque, è solo questione di gusti: non esiste un genere superiore e uno inferiore…”

Enzo accolse di nuovo con un certo disappunto quest’ altra critica alla sua tesi, e si spostò col corpo in un’ altra direzione, denotando dissenso con l’ opinione della ragazza; rimase un altro po’ seduto, poi si alzò e raggiunse gli altri ragazzi, che si erano spostati anche loro. Una volta arrivato, sentì dire:

“Guarda Paolo com’è snob…” Era Antonio, che gli indicava, infatti, un bicchiere triangolare, con un liquido rosso e una ciliegina dentro, che reggeva in mano Paolo.

“Eh già, infatti…Co’ sto coso triangolare…” disse Enzo, disegnando nell’ aria proprio un triangolo, “ Ma cosa c’è dentro???”

“Allora… tre quarti di oncia di Gin, tre quarti di oncia di Bitter, tre quarti di oncia di Vermouth rosso e…una ciliegina!” rispose allegramente Paolo.

“Caspita! Vedo che sei molto…ferrato! Hai fatto un corso da barman, o qualcosa del genere?”

“Sì…Un po’ di tempo fa, in effetti…”

“Buono…Così, se non trovi lavoro, nei primi tempi dopo la laurea, puoi arrangiarti a fare il barman…”

“Certo…” confermò Paolo, anche se sudando un po’ freddo: evidentemente, quella prospettiva, com’ era auspicabile per uno che ha studiato tanti anni per un lavoro più nobile, non doveva di certo sorridergli “io studio scienze politiche, però…casomai non trovo lavoro all’ inizio, posso sempre fare il barman: è buono!” cercò comunque di convincersi e di convenire con l’ amico.

“Stasera andiamo all’ Arenile, a sentire un Dj: vuò venì???” disse a un certo punto Giovanni.

“Ma non mi piacciono le discoteche…” rispose Enzo.

“Dai, dai, ci divertiamo!”

“No…Almeno… ce stann e femmn? Se chiav???” aggiunse, con un tono aggressivo e scherzoso allo stesso tempo.

“Eh frà…Là ci stanno solo ragazze intellettuali…Più di qua…” rispose quello,  e indicò, scherzando, alcune ragazze che erano lì intorno, alla darsena.

“Eh eh eh..Sì, sì, come no…” ridacchiò il ragazzo in risposta.

Dopo un po’, i tre ragazzi si riunirono e si avviarono: Giovanni doveva passare prima a casa sua, però, perché durante la discussione sulla musica con Enzo, aveva sudato le proverbiali sette camici, e e voleva cambiarsi.

Quindi salutarono il ragazzo, che ricambiò alzando il bicchiere in loro direzione: poi, Enzo fu raggiunto da Bartolo, un altro loro amico.

“Tu non vai all’ Arenile, Ste? Giovanni e gli altri ci vanno…” disse Enzo.

“Ma s’ acceresser!!!  No, non ci vado…” rispose quello.

“Non ti piacciono le discoteche?”

“Eh no, non molto…”

“Ti capisco…”

Rimasero un’ altro po’ lì, poi Enzo gli chiese se le ragazze di Firenze che gli aveva presentato qualche giorno prima, fossero tornate in patria, e, ricevuta risposta affermativa, aggiunse:

“Si sono spaventate un po’, l’ altra volta, per il discorso sulla violenza sulle donne, eh?”

Bartolo non rispose, inizialmente, mentre si senti un “Eh?” Era Cristina, una loro conoscente, che era lì con loro, una tipa coi capelli rossi, gli occhi grandi da pesciolino, e il viso pallido.

“No, niente” le spiegò Bartolo “l’ altra volta parlammo della violenza sulle donne e del fatto che, secondo Enzo, ci sia troppo allarmismo e rigonfiamento su questo argomento, da parte dei giornali…”

“Eh certo: perché, non è vero, secondo te? Anche gli uomini vengono uccisi dalle donne…Solo che non se ne parla: e, se se ne parla, lo si fa poco e distrattamente…”

“Questo può essere anche vero…Però, è anche vero che ci sono moltissime donne che vengono maltrattate ogni giorno dagli uomini, mentre gli uomini che vengono maltrattati sono sempre di meno…”

“Ma che intendi per maltrattamento, scusa? Mica esistono solo i maltrattamenti fisici: per esempio, anche chiedere sempre soldi, come fanno alcune donne, o mandare l’ uomo in giro a fare continuamente servizi, può essere un maltrattamento: non è fisico, ma psicologico, sì!”

A quel punto, Bartolo disse qualcosa a Cristina a bassa voce, che poi gli rispose:

“Infatti, hai ragione…”

Enzo non sentì quello che Bartolo le aveva detto, ma, essendo Bartolo un noto bisessuale molto amico delle donne, Enzo poteva immaginare fosse qualcosa a difesa delle donne, e contro di lui, che in quel momento rappresentava gli uomini etero.

Tuttavia non ci badò, e si limitò a scostarsi di qualche passo, facendo finta di niente.

Dopo qualche minuto, in cui Bartolo aveva accennato una canzone di Dalla e De Gregori, ed Enzo gli ebbe chiesto appunto di chi fosse, lo salutò e si avviò, attraverso i bui vicoletti del porto, verso la sua bici, che aveva lasciato vicino alla chiesa di San Marco perché quel sabato, come tutti i sabati estivi (e anche non estivi, a volte), per le strade del centro non si poteva camminare, a causa dell’ enorme traffico di auto e moto.

Dopo aver liberato della catena la sua fedele bici verde, la inforcò e si diresse verso casa, prendendo la ripida salita del cavalcavia del treno Cumana: arrivato all’ altezza di piazza Capomazza, proprio vicino al bar dove aveva reincontrato, dopo circa un anno, una cameriera letteralmente mozzafiato che aveva già visto in un bar del lungomare Pertini, e che aveva cominciato a frequentare solo per vederla, incontrò, in una macchina, Giovanni e Paolo, di ritorno dalla puntatina a casa di Giovanni, per il cambio di abiti.

Li salutò di nuovo con la mano, e si diresse verso casa, per il meritato riposo del fine settimana: il giorno dopo aveva in progetto di andare al mare, e non voleva fare troppo tardi.

Quando si alzò, infatti, dopo aver dormito una decina d’ ore, fece armi e bagagli e si diresse verso La Pietra: sperava di rivedere Concetta, una ragazza che aveva conosciuto la settimana prima proprio lì e che, cosa straordinaria e meravigliosa, l’ aveva anche aggiunto sul social network, quando era tornata a casa, dopo che lui glielo ebbe chiesto.

Una volta arrivato lì, però, si accorse che la tipa non era (ancora?) arrivata, e, con un pizzico di delusione, si preparò per la solita immersione domenicale: una volta immersosi, però,  e dopo aver completato il solito giro sott’ acqua, arrivato a qualche centinaio di metri dal punto dove aveva lasciato lo zaino, vide alcuni corpi di donne seminude al Sole che lo eccitarono: sentì il pene irrigidirsi, quindi, dentro il costume, e per il capo gli passò una folle idea: masturbarsi lì, sott’ acqua, a pochi metri dalla riva dove c’ erano i bagnanti.

Quasi senza pensarci troppo, afferrò il pene sotto il costume, e, senza togliere quest’ ultimo (per sicurezza), cominciò a masturbarsi, lì, sott’ acqua.

Subito lo colse una sensazione stupenda, bellissima: era quasi come farlo con una donna, si sentiva proprio in Paradiso, mentre andava su e giù con la mano intorno al suo pene…E a fanculo tutte le donne che lo rifiutavano sempre, quasi fosse un gobbo e un mostro…

Dopo qualche minuto, arrivò: lì, a metà tra il cielo sopra di lui, e la sabbia sotto di lui, circondato dall’ acqua azzurra\celeste e qualche piccolo scoglio costellato di alghe. Quando successe, chiuse gli occhi, e, in quel brevissimo secondo che veniva, vide con la mente il Big Bang  universale, vide un buco colorato che esplodeva nello spazio nero cosmico, e che dava inizio alla Vita così come la conosciamo. Doveva essere esattamente quella la sensazione che si aveva, quando si veniva dentro una donna (per concepire o meno).

Allo stesso modo, anche lui, in quel momento, stava dando inizio alla Vita: anche se, purtroppo, non c’ era nessuna donna ad accogliere il frutto creatore delle sue gonadi.

In quell’ istante, poi, sentì se stesso esclamare, nonostante il tubo d’ immersione che gli impediva di parlare, il nome di “Concetta”: forse perché era l’ unica ragazza che aveva conosciuto, lì vicino, in quel posto e perciò gli venne automatico invocarla, nel momento in cui veniva, per supplicarla, quasi, di accogliere quel liquido creatore che stava uscendo da lui.

Dopo che fu arrivato, comunque, rimase qualche secondo immobile nell’ acqua, spostandosi leggermente di traverso, come se fosse morto: eppure, Enzo non era morto! Affatto! Anzi, dopo quell’ atto, si sentiva più vivo e allegro che mai!

Il mondo sembrava ora  sua proprietà, e, una volta ripresosi fisicamente e mentalmente, si diresse verso il punto dove si era posizionato, sugli scogli, con rinnovate e più forti energie che mai: una volta arrivato lì, trovò Vera seduta sul suo solito scoglio, una signora russa che aveva conosciuto qualche mese prima, tramite un loro conoscente comune che frequentava anch’ egli quel posto.

Era un po’ che non la vedeva, e, complice anche lo stato di euforia in cui si trovava, la salutò con tantissima allegria:

Privet! Come va???”

“Ehi ciao…Tutto okay, grazie…Tu???” rispose la signora, che era una donna biondina con un bel fisico e un volto con un paio di occhi celesti che teneva quasi sempre nascosti da un paio di occhiali scuri.

“Tutto okay…E’ un po’ di tempo che non ti vedevo” (le dava ormai del tu, richiesto da lei in precedenza) “dove sei stata? In Russia???” concluse, scherzando, il ragazzo.

“No, no…Lavoro…Sempre lavoro…”

“Ah, capisco…”

“Ieri, però, sono stata al Magic World…Ed ho anche preso un po’ di freddo: infatti, oggi non volevo scendere…Però, alla fine, mi sono detta: <Vabbè, ci vado…>”

“E’ meglio, dai: almeno, prendi un po’di Sole…Ti rilassi…”

“Eh sì, infatti…”

“Sai che il venticinque Settembre terrò un’ altra presentazione? Questa volta, parlerò di Tolstoj, e del suo libro la Felicità domestica…”

La signora lo guardò un po’ impaurita, forse per il fatto che si sentiva un po’ in colpa per non essere andata alla precedente presentazione, su Dostoevskij, che il ragazzo aveva già tenuto, presso l’ associazione dove lavorava, e, quasi per rimediare a questa mancanza, appena sentì la cosa, si affrettò a prendere un foglio dalla borsa, e si appuntò data, ora e indirizzo dell’ associazione, riguardanti l’ evento.

Poi si rivolse di nuovo a lui, con un volto speranzoso di qualcosa che il ragazzo, in quel momento, non riusciva a capire.

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Il servitore- capitolo V

Lì, al bar di Nunzio, si fermò con lui a parlare di politica, come ai vecchi tempi in cui non era ancora aperto l’ altro locale: parlarono infatti della situazione israelo-palestinese, e delle dichiarazioni di un politico del partito da entrambi appoggiato, circa l’ efficacia del terrorismo come arma per combattere gli invasori israeliani. Enzo si dichiarava in disaccordo con queste dichiarazioni, pur essendo un sostenitore, come detto, di quel partito politico: Nunzio, invece, come sempre fedele alla linea, cercava di difendere il politico in questione, invitando il ragazzo a leggere le sue dichiarazioni complete, per avere un quadro più esauriente.

In quella, cominciarono ad arrivare i ragazzi del locale di Alessandro, compresa Vittoria: Enzo, allora, approfittando del fatto che Nunzio era impegnato con alcuni clienti, si diresse verso di lei, per darle, come sempre, una mano a spostare sedie e tavolini, nello spazio antistante il locale.

La stava appunto aiutando, quando Nunzio lo guardò sorridendo, compiaciuto del fatto che desse una mano ad una ragazza: Enzo, però, che si infastidiva quando qualcuno si accorgeva che era gentile con una donna, gli gridò, quasi con mala cortesia:

Allò, m vuò fa verè stu fatt???”

 

Alludeva alle dichiarazioni di quel politico di prima: Nunzio, colto di sorpresa, incassò la testa nelle spalle, e si affrettò a rientrare nel bar, a cercare la pagina di internet relativa a quelle dichiarazioni.

Enzo lo seguì quasi subito, ridendo fra sé e sperando che l’ amico avesse capito che il suo tono era solo scherzosamente prepotente.

Entrato nel bar, e abbandonata momentaneamente Vittoria, trovò  Nunzio davanti al pc, che stava aprendo il blog del capo di quel partito.

“Aeeeee, ma io non riesco a leggere, al pc…” protestò debolmente Enzo.

“Ma dai, sono solo qualche pagina…”

“Eh, ma io riesco a leggere pochissimo tempo…”

“Dai, guarda qua come te l’ ho ingrandito: vai giù con la freccetta, e leggi tutto.”

“Okay, ora ci provo…Però cerco solo la parte che mi interessa.”

Così cercò quella parte, e, trovatala dopo qualche secondo, scoprì che il politico non giustificava gli atti terroristici, ma, testualmente, “provava a capire (i terroristi n.d.r.)”.

“Okay” riprese Enzo, rivolto a Nunzio “dice che non li giustifica, ma che prova a capire…”

“Sì, questo dice…”

“Eh, ma io resto dell’ opinione che farsi esplodere in metropolitana, ad esempio, non è il mezzo più efficace per cacciare via un invasore…Per me, se qualcuno viene a bombardare il tuo villaggio, o gli butti anche tu delle bombe oppure… scappi!

Nunzio incassò di nuovo la testa nelle spalle, sorpreso, e, prima che potesse rispondere, Enzo lo lasciò, uscendo dal locale, perché voleva andare ad aiutare di nuovo Vittoria, e, soprattutto, perché voleva evitare di rimanere impelagato in una discussione probabilmente troppo lunga e pesante.

Tornò, così, a dare una mano a Vittoria che, ogni tanto, si fermava dicendo “no, lì non va bene”, e indicandogli un altro posto: probabilmente, pensava Enzo, la sedia sarebbe andata bene anche nel posto dove l’ aveva messa, ma Vittoria voleva un pretesto per dargli dei piccoli ordini, in modo da farlo sentire  di nuovo legato a sé; probabilmente, per via del fatto di essere stata abbandonata per qualche minuto, qualche tempo prima.

Dopo un po’, i due ragazzi conclusero il lavoro, proprio mentre a Enzo stava cominciando a venire un po’ di sonno (si era svegliato alle quattro del mattino, quel giorno): così, mentre Vittoria si sedeva su una delle sedie di legno vicino al portone di ingresso, esclamando “Ah, ora ci fumiamo una bella sigaretta!”, Enzo fece solo in tempo ad avviare una piccola conversazione:

“Ma tu non studi? Lavori, solo?” le chiese dolcemente.

“Sì sì…”

“Nell’ abbigliamento, giusto?”

“Sì, sì…”

“Ma dove, a Napoli?”

“No, no, qua…a via Epomeo…”

“Ah…Al Vomero?”

“No, no: Licola…”

“Ah capisco…Beh, ora devo proprio andare…Ci vediamo, ciao…”

E dopo aver detto questo, si chinò verso Vittoria per darle due caldi baci sulle guance, come ricompensa che si prendeva per l’ aiuto datole poco prima, cercando anche di accarezzarle un po’ la testa: diede poi un  bacetto anche alla sua collega ed amica che le era a fianco, tanto per non scontentare anche lei, e poi le lasciò dicendole:

“Di nuovo, ciao: buon lavoro!”

Mentre diceva quelle ultime parole, però, Vittoria gli rivolse uno sguardo infuocato: Enzo lo vide, ma cercò di non far trasparire la sorpresa che pure provava. Una volta allontanatosi di lì, si chiese però cosa mai avesse potuto far arrabbiare così tanto la ragazza: il fatto che se ne andasse prima, invece di rimanere lì a farle compagnia? Il fatto di averle detto “buon lavoro con un tono che poteva sembrare ironico? Il fatto di essersi preso la piccola libertà di darle due baci appassionati sulle guance?

Il ragazzo non capiva: però, e questo era un fatto certo, Vittoria cominciava a dare dei segnali che la rivelavano non essere poi quella ragazza tanto angelica e semplice che lui aveva creduto all’ inizio. E gli avvenimenti seguenti, in effetti, confermarono questa idea.

Il giorno dopo, infatti, Enzo uscì per la sua solita oretta di bici, sul lungomare di La Pietra, per andare fino a Bagnoli: arrivato in zona, però, vide alla sua sinistra una cosa che pareva, a prima vista, buffa.

Una ragazza bionda, in tutto e per tutto simile a Vittoria, ma con gli occhiali scuri, si muoveva dentro una Smart bianca, verso un ragazzo pacioccone, bianco bianco  di pelle, al suo fianco: Enzo, non appena la vide, non poté fare a meno di lanciarle una specie di bacino, dato che pensava che fosse lei; quando, però, si accorse del ragazzo a fianco che lo guardò con uno sguardo storto, come a dire guarda che questa qui me la devo scopare io” distolse lo sguardo: più per non disturbare la coppietta, però, che per un eventuale tormento di fiducia delusa.

Infatti, ormai si considerava completamente, o quasi, al sicuro dagli strali dei tormenti che potevano venire da speranze riposte nelle ragazze, dato che aveva capito che, ormai, quelle di oggi erano tutte, o quasi, delle vendute, che si davano al primo fesso coi soldi e con la bella macchina che trovavano per strada: le brave ragazze, appartenevano a qualche generazione precedente la sua, ormai. Queste qui, erano invece rovinate dalla società di massa, che le costringeva a vendere anche se stesse, pur di raggiungere un lusso che gli veniva fatto credere indispensabile.

Continuò, quindi, il suo giro ciclistico, e poi tornò a casa, senza provare poi un grande turbamento: a parte, forse, un’ inestinguibile, malsana ed esagerata  voglia di ridere, per la ridicola situazione cui aveva assistito. “Dopotutto”, si diceva, tirando le somme della cosa, “che persone potevano mai essere, due che facevano sesso in macchina in pieno giorno (e sesso era, perché, quando sono passato di nuovo a fianco all’ auto poco dopo, i vetri erano oscurati)? Basse e volgari, senza dubbio”.

Tornò quindi a casa, si lavò, mangiò e poi uscì di nuovo, per andare alla darsena: lì, trovò il suo vecchio amico Luca, che, allegro (beato lui!) come sempre, stava ascoltando delle canzoni dal pc di Nunzio.

“Ehi Luca, come va?” chiese Enzo.

“Bene! Senti che disco…E’ Vasco!” rispose il ragazzo, con tono entusiasta.

Enzo si avvicinò al pc di Nunzio e vide che, effettivamente, sullo schermo c’ era il titolo di una canzone del Komandante.

“E’ bella anche sai quale? Portatemi Dio!” continuò Luca, sempre entusiasticamente: e, quando la canzone on air stava finendo, si affrettò infatti a metterla.

Enzo rise divertito, ma pensò che, forse, Luca l’ aveva messa apposta, perché forse aveva sentito le voci riguardanti le sue attenzioni verso la religione…

Cercò di rilassarsi, comunque, e passò un po’ di tempo lì fuori, cazzeggiando con Nunzio e Luca: ogni tanto, però, gettava un’ occhiata verso il locale di Alessandro, cercando di vedere se arrivasse Vittoria, dopo aver finito la sua scopata, ovviamente.

Erano circa le sette di sera, e non era ancora arrivata: evidentemente era arrivata, ma nella macchina del suo ganzo…

Vedeva, però, Federica, a fianco di una dei proprietari del locale: vista così, in controluce, mentre il Sole di Agosto mandava gli ultimi, ma comunque forti, suoi bagliori, gli sembrava quasi che piangesse, quasi per il fatto che sapesse che quel giorno Enzo non sarebbe venuto a salutarla.

Infatti, Enzo stava per andarsene, senza aver capito se la ragazza stesse veramente piangendo o meno, e se, in caso affermativo, lo stesse facendo proprio per lui (ma era una cosa parecchio poco probabile): comunque si scrollò le spalle, salutò i compagni del bar, e tornò a casa… “Dopotutto”, pensò “piangono tante persone, nel mondo… Perché un’ altra persona avrebbe mai dovuto turbare l’ equilibrio naturale?”.

E sganciò il catenaccio della sua bici.

Il giorno dopo, arrivò alla darsena quasi allo stesso orario, verso le diciannove: i tavolini fuori al locale erano già stati messi: senza il suo aiuto, questa volta.

All’ ingresso c’ erano Federica, Cristiano e un signore di mezz’ età che Enzo non conosceva:  si sedette, dopo aver salutato tutti, e cominciò ad ascoltare la conversazione.

“Stavo pensando di fare un corso di inglese, sapete?” disse Federica.

“Inglese? Bello, perché no?” approvò contento Enzo.

“Certo” disse la ragazza, come scusandosi “altrimenti, Enzù, la mattina che faccio???” Evidentemente, la ragazza intendeva “cosa faccio quando non lavoro?”, visto che non studiava, né sembrava avere particolari passioni o interessi, a parte la lettura di certi discutibili autori contemporanei.

“Giusto, giusto…” assentì Enzo.

In quella, Enzo vide aggirarsi Vittoria tra i tavoli: dopo qualche secondo, essa si venne a sedere proprio davanti a lui; come forse era prevedibile.

La sua faccia, però,  era difficilmente descrivibile a parole:  sembrava praticamente un diavolo travestito da donna, con i capelli biondi ritti in testa e gli occhi scuri aguzzi come pietre. Questo diavolo fissava Enzo con uno sguardo infuocato e furibondo, come a volergli, praticamente, dire:

“So che mi hai visto mentre stavo per fare sesso col mio ragazzo: ora vedi di non fare lo stronzo, e di evitare di rinfacciarmelo, visto che tra me e te, anche se mi hai aiutato sul lavoro, non c’è mai stata una beata minchia!”.

Enzo, pur essendosi preparato in quelle ore a qualcosa del genere, faceva appello a tutte le sue forze interne, per resistere alla violenza di quello sguardo, e, soprattutto, ai pensieri che sentiva stava pensando Vittoria, proprio in quel momento: dopo qualche secondo, però, come tutte le cose violente, anche quello sguardo si calmò, e poterono discutere: o, almeno, provare a farlo.

“Io ho fatto inglese, a scuola…” disse con un filo di voce Vittoria, tanto debolmente che Enzo riuscì appena a percepire la frase.

Tu è fatt a scol? Hai sturiat? Verament?”  le chiese, con fare ironico e scherzoso, il signore di mezza età, quasi capendo al volo la situazione, e decidendo di vendicare Enzo per la piccola delusione che aveva subito, trattando un po’ male, o, almeno fingendolo, la ragazza.

“Sì…” rispose, quasi impaurita, la ragazza.

Scol privat, eh? T’ ho sì accattat, o diplom’?” rincarò la dose il signore, mentre Enzo, a quell’ ulteriore mazzata alla ragazza, non potè fare a meno di sporgersi dalla sedia, verso sinistra, cercando di trattenere l’ irrefrenabile riso che voleva uscirgli a tutti i costi, godendo dentro di sé per quello scherzo in una quantità almeno simile a quella in cui aveva probabilmente goduto lei in quell’ auto.

“No, il Virgilio…” rispose, sempre più impaurita e annichilita la ragazza, che a Enzo cominciava quasi a fare sinceramente pena.

“E’ una scuola statale, statale!” confermò il ragazzo allegramente al signore, usando il suo stesso tono ironico e scherzoso,  per rassicurarlo del fatto che la ragazza, in effetti, il diploma non se l’ era “comprato”: ma, in effetti, il tono che aveva usato, faceva capire che nemmeno lui ci credeva poi così tanto, proprio come sembrava di non crederci il signore…

Poi, rivolto alla ragazza, con un pizzico (inevitabile, ovviamente) di malignità nelle parole seguenti, disse:

“E che lingue hai studiato?”, calcando il tono sulla parola lingue.

“INGLESE-SPAGNOLO E FRANCESE!” rispose con fare serissimo e prontissimo Vittoria, con l’ aria della scolaretta che, dopo aver detto di non aver fatto i compiti per casa, cerca di giustificarsi adducendo motivi molto gravi e importanti.

“Ah, bene…Quindi le parli, anche?”

“No, no..Mi manca la pratica…Però, se le sento parlare, capisco…CAPISCO…” disse, calcando la voce sull’ ultima parola, come se avesse un qualche particolare significato.

“Ah, beh, ti servirebbe qualcuno con cui fare PRATICA…Un MADRELINGUA, magari…” rispose Enzo, mettendo, anche se in realtà non avrebbe voluto, un tono malizioso e cattivo a quelle parole.

Vittoria ascoltò, senza rispondere niente a quelle parole: incassò solo il tono malizioso, facendo un’ espressione indispettita.

Il discorso, poi, passò sui vari prezzi che avevano i ristoranti della zona e, ovviamente, si giunse a dire che il locale di Alessandro era quello più economico.

“Ieri” continuò Vittoria “sono venuta COL MIO RAGAZZO” e calcò il tono su quella parola “e abbiamo speso pochissimo: una cena completa, quindici euro a persona…”

Dunque Vittoria, dopo aver scopato sul lungomare col tipo grassoccio che Enzo aveva visto, era andata al locale di Alessandro a mangiare: “eh già”, pensava il ragazzo, “si sa, l’ attività sessuale mette parecchia fame…E quale locale migliore per placarla, che quello dove l’ ho aiutata con tanta tenerezza a mettere le sedie dentro, ed a raccogliere la spazzatura con la scopa?

E’ il suo ragazzo, quello…Magari di solito non le apre nemmeno la portiera dell’ auto, ma se la scopa. Sad but true, cantavano i Metallica”.

Enzo, comunque, quando lei disse le parole “il mio ragazzo” cercò di rimanere il più impettito e imperturbabile possibile, e gli sembrò anche di esserci riuscito: la ragazza, infatti, mentre andava avanti nella conversazione, depose l’ espressione di sfida che aveva preso dicendo quelle parole, e ne prese un’ altra più docile, e quasi colpevole.

Era un’ altra piccola rivincita del ragazzo, insomma, che ora poteva riscuotere il premio per aver avuto il coraggio di andare fin lì, dopo aver visto quella scena tragicomica sul lungomare di La Pietra.

Dopo aver conclusa la conversazione, comunque, potè ritenersi abbastanza soddisfatto e, dopo aver preso una cedrata, salutò la ragazza del bancone, che conosceva.

“Te ne vai già?” disse lei, quando Enzo l’ avvertì che si avviava.

“Eh sì, sto sveglio dalle sei di stamattina…” rispose il ragazzo.

In quella, Vittoria, che era vicino a lui, ed aveva sentito, si impuntò improvvisamente e chiamò:

“Mauro!” rivolta verso il ragazzo, che stava parlando con qualcuno fuori.

Dieci grammi?” provò a chiamare Enzo, per cercare di aiutare Vittoria: la quale, però, nel frattempo era di nuovo andata via.

Ricomparve all’ improvviso, mentre Enzo si avviava verso l’ uscita, andandogli incontro, e dicendogli allegramente:

“Scusa Enzo!!!”

Enzo, a quelle parole così allegre, fu preso da un forte scoramento: aveva capito, ormai, che ogni volta che Vittoria gli si rivolgeva allegramente, non era perché voleva il suo affetto, ma perché voleva solo le sue attenzioni: il che era una cosa ben triste, in effetti, perché significava che la ragazza voleva solo soddisfare la sua vanità, e non dargli affetto, con quelle esclamazioni gioiose.

Così abbassò la testa, e si avviò tristemente verso l’ uscita.

Nei giorni seguenti, Enzo vide Vittoria solo da lontano e non ci parlò quasi: infatti, nei giorni seguenti si spostò di nuovo al bar di Nunzio, dove, qualche giorno dopo, ci trovò di nuovo Luca, insieme al loro cugino comune Tommaso, un altro loro amico, e Francesca, la cameriera di cui, come Enzo scoprì qualche giorno dopo, Luca era innamorato (e gelosissimo).

Appena Luca lo vide, gli venne incontro sorridente (era la prima volta che lo faceva, secondo i ricordi di Enzo), e gli disse:

“We Enzo, come va????”

“Bene, bene…Si lavora, come sempre…Tu?”

“Bene anch’io, dai!”

“Senti, sai che stavo pensando? Che noi siamo come quelli che in Inglese si chiamano “Barfly”, “mosche del bar”: infatti, stamm semp ccà ffor, fuor o’ bbar…” disse il ragazzo, in maniera allegra.

“Ehehehe, è vero, sì!” convenne, ridendo, il ragazzo.

“Ci sta pure un libro di Bukowski, con questo titolo, figurati…”

“Eh, Bukowski…Quello era un altro che beveva parecchio, no?”

“Bukowski??? Quello lì era il “bevitore per antonomasia”, per…eccellenza!” si corresse Enzo, per non dare troppo l’ impressione di saccenteria, che sapeva dare fastidio a quasi tutte le persone che incontrava.

“Eheheh, capito…”

“Anzi, no…Ora che mi ricordo, non è un libro, ma un film, sulla sua vita, che si chiama così…Veditelo: sta su youtube!”

“Okay, grazie, lo vedrò!”

“Eheheh, bravo…Ma…Il lavoro? Come va?”

“Eh, il ventisei settembre ho un matrimonio…” (Luca faceva il fotografo) “Stanno un po’ in ritardo, gli sposi…” aggiunse, con un po’ di ironia.

“Ah, capisco…Beh, buono comunque, dai…”

“Sì, sì” convenne il ragazzo e tornò verso il bar, seguìto, dall’ altro lato dei tavoli, da Enzo.

Lì, cominciò a vedere quello che stava combinando Francesca, che era seduta al tavolino, con un portatile davanti: si avvicinò di più a lei, e si accorse che aveva davanti una schermata piena di font, perché, gli spiegò l’ innamorato Luca, doveva sceglierne alcuni per i tatuaggi che faceva per i clienti.

Enzo, ne guardò alcuni, commentando: “Wow, sembrano i caratteri che si usano con Word!”, ma, mentre ancora li stava guardando, si accorse che poco più avanti a lui, stava arrivando un tipo con una bicicletta nera e il casco da ciclista.

Il ragazzo guardò meglio, e riconobbe in lui il suo medico di famiglia Del Giudice, che aveva visto proprio qualche giorno prima per un’ infezione al pene che aveva contratto, probabilmente, da una signorina nigeriana da cui era andato a fare sesso a pagamento. Ora, per fortuna, l’ infezione stava passando, e, con essa, anche i vasti e cupi timori che il ragazzo aveva avuto, non appena l’ aveva scoperta.

“Salve dottore!” gli disse Enzo allegramente, avvicinandosi e stringendogli la mano.

“Ehi, ciao!” lo salutò il medico, che era un tipo sui cinquant’ anni, con un grande pizzetto bianco, capelli radi in testa, un faccione rosso e una pancia prominente (nonostante prendesse spesso la bici e facesse anche molti chilometri).

Poi si avviò dentro, evidentemente per andare in bagno, visto che sembrava venire da una lunga corsa.

Enzo lo aspettò qualche minuto fuori e poi riapparve.

“Sa” gli disse “mi sta passando, quella cosa…”

“Ah, sì, sì…Aspetta, ricordami: tu che cosa avevi???”

“Un’ infezione…intima…”

“Ah, già sì…Beh, meno male, dai…”

Poi, non si sa come, il dottore cominciò a parlargli (e continuò per circa un’ ora o due) di un libro di un loro conoscente comune, Costigliola, che faceva l’ editore e che scriveva saggi sulla mitologia e antropologia dei popoli: in particolare, un libro aveva impressionato il dottore, un libro che parlava delle molteplici influenze che ebbe la cultura e mitologia egiziana all’ interno della cultura, romana prima, e napoletana poi, che visse nella zona dov’è vivevano entrambi.

Gli parlò, ad esempio, di come il corno rosso portafortuna napoletana non fosse altro che il richiamo al corno del bue del dio Horus, che, una volta, sfidò a duello il dio Seth, che cavalcava invece un cavallo, i cui ferri, allo stesso modo, diventarono anch’ essi degli oggetti giudicati portafortuna dai più superstiziosi tra i napoletani; oppure del fatto che il nome della località Pizzofalcone derivasse dal fatto che lì, probabilmente fu ritrovata una statuetta di nuovo del dio Horus, che aveva come simbolo appunto il falcone.

Poi gli parlò anche di alcuni progetti di racconti che aveva in passato tentato di mettere su carta, prendendo spunto da alcuni racconti dei passeggeri del treno (poi soppresso) di Napoli-Monaco di Baviera, noto mezzo di trasporto degli emigranti napoletani che andavano in Germani a cercare fortuna: il dottore sosteneva che si trattasse di storie interessanti, degne di essere tramandate, ma il ragazzo, un po’ dispettosamente forse, gli oppose il fatto che, pur essendo forse interessanti, erano comunque storie che riguardavano altre persone: mentre, sosteneva lui, “uno scrittore dovrebbe parlare soprattutto di se stesso, e delle cose che gli capitavano”.

Il dottore, un po’ indispettito, cercò di chiudere la questione dicendo:

“Beh, però per fare questo, devi conoscere molto bene te stesso!”

Il ragazzo abbassò la testa, a quella frase, sapendo che nessuno, in realtà, conosce bene se stesso, e aspettò che il dottore trovasse di nuovo l’ allegria per continuare a parlare, magari cambiando argomento.

Infatti, subito dopo il buon medico si mise a parlare della storia romana di Pozzuoli, e di come fosse florida la città a quei tempi, concludendo  con la frase sentenziosa: “solo conoscendo il passato, si può pensare al futuro”.

Enzo stette così ad ascoltare il quasi-monologo del  dottore fino alla fine, interrotto solo da alcuni colorati e rumorosi fuochi d’ artificio che, a un certo punto, brillarono ed esplosero nel cielo notturno della darsena, illuminando i due conversatori, finché non si fece l’ ora, per entrambi, di tornare a casa, perché, come diceva il dottore, “riman si fatic”.

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IV

La richiesta di amicizia sul social network, come Enzo prevedeva, ebbe effetti nefasti: infatti, la prima volta che Vittoria lo vide, distolse lo sguardo da lui, senza salutarlo, e, per di più, si slanciò quasi verso un suo amico, che era vicino a lui, dandogli un bacino sulle guance.
“Hai visto? Mi ha dato anche un bacino!” esclamò l’ amico, che era molto vanitoso.
“Ma lo volevo anch’io…il bacino…” si lamentò il ragazzo, dicendo l’ ultima parte della frase rivolto verso Vittoria, che stava rientrando nel locale per prendere qualcosa.
Quando la ragazza ri-uscì, però, lo guardò di sottecchi illuminando al massimo gli occhi, di sotto le ciglie, mentre camminava: era il suo modo di dargli un bacino perché, come Enzo sapeva ormai da alcuni anni, a volte le ragazze baciano anche con gli occhi; anzi, forse quelli erano proprio i baci migliori, tra due persone.
Ormai, comunque, andava tutte le notti al locale, ed aveva stipulato un patto non scritto con il caposala e uno dei proprietari, che erano entrambi suoi compagni: lui avrebbe dato una mano, ogni sera, a portare dentro i tavoli e le sedie, e loro gli avrebbe offerto una cedrata Tassoni. In questo modo, fregavano il sistema monetario vigente, ed evitavano dissapori legati ai soldi, che tra amici (ma non solo) sono sempre i più frequenti e i più dannatamente fastidiosi.
Enzo avrebbe potuto usare i soldi del servizio civile, certo, per pagarsi le cedrate: ma, ricordandosi gli anni di mancanza perenne di soldi, ora cercava di avere un occhio di riguardo ogni volta che doveva spendere dei soldi. Per cui, cercava, se poteva, di evitare spese, come poteva essere quella di una cedrata al giorno (che, tra l’ altro, moltiplicata per trecentosessantacinque giorni all’ anno, avrebbe fatto una spesa corrispondente a circa tre mesi del suo stipendio).
In più, mentre lavorava, poteva ammirare meglio la sua amata, starle vicino, e, ogni tanto, scambiare qualche furtivo contatto con lei.
L’ unico problema, però, sembrava essere Marco, un suo vecchio conoscente, che pareva essere parecchio in confidenza con la ragazza: spesso si fermava a parlare con lei, le dava baci sulle guance e, ultimamente, Enzo aveva anche visto sul social network che era andato addirittura in barca con lei, e un altro loro conoscente.
Enzo, comunque, era interessato molto poco, a questi segnali: sapeva, infatti, che se una ragazza è interessata a te, sarà lei a cercarti per prima; quindi, un eventuale storia d’ amore con Vittoria era da escludersi da subito, visto che non l’ aveva nemmeno aggiunto a Facebook: l’ unica cosa di cui poteva accontentarsi era qualche momento di vicinanza e di serenità accanto a lei, quando la vedeva al locale, o, subito dopo averlo chiuso.
Vittoria avrebbe poi deciso di sposare qualcun altro, o sarebbe andata a conviverci: un altro, ovviamente, che non sarebbe mai stato Enzo, perché, era evidente, non le piaceva, in quel senso.
Comunque, a tirarlo un po’ su, in un certo senso, c’ erano sempre le stronzate con gli amici, lì fuori al locale, nel vicoletto che era illuminato dalla luce bianca delle lampade che pendevano tra le mura: gli insulti goliardici, le scenate fintamente arrabbiate, le battute fatte arrossando il viso… Cosa poteva desiderare di meglio?
Le ferie trascorrevano così, con serenità, e con solo pochi rimpianti per non essere andato in vacanza da nessuna parte: si rilassava, e pensava a cosa fare nel futuro, di tanto in tanto.
La piccola storia d’ amore con Vittoria, nel frattempo, andava avanti: dopo qualche giorno, infatti, la ragazza ricominciò a parlargli, poco alla volta, soprattutto nei momenti di chiusura del locale, quando Enzo dava una mano a lei e a Mauro a pulire e portare dentro tavoli e sedie.
Era il momento più eccitante e, allo stesso tempo, dolce della sua giornata, quando riusciva a scambiare anche solo qualche parola con Vittoria, sul fatto che stesse comprando l’ auto, e sul fatto che, forse, era una spesa che richiedesse troppi sacrifici, per lei.
Una volta, a tal proposito, si giustificò, con una vocina sommessa e dolcissima, tanto che si faceva quasi fatica a sentirla:
“Ma non è una spesa grande, l’ auto…Due-e-novanta al mese, a rate…ce la faccio a pagarla…”
“Ma per pagarla devi fare due lavori, no? E questo è molto pesante, non trovi?”
“Ma no…Ho un’ altra entrata, con cui la pago…”
“Ah…Allora fai due lavori perché hai molte spese?”
“Ma no…Sono contenta della mia vita, non ho molte spese…”
“Ah…E allora perché fai due lavori?”
“Beh…Perché ho un progetto in mente…”
“Ah…” ripetè ancora una volta Enzo, che cercava di essere il più delicato possibile, dato l’argomento e la situazione , e usava quell’ intercalare per prendere tempo“ avevo capito che facevi due lavori, perché facevi una vita che richiedeva molte spese…”
“No, no…” concluse la ragazza, e si avviò a buttare la spazzatura, che aveva raccolto insieme a Enzo, mentre parlavano così dolcemente.
L e discussioni con i ragazzi del locale, nel frattempo, continuavano anch’ esse, vertendo soprattutto sul fatto che Enzo percepisse un rimborso spese di quattrocentotrenta euro al mese, ma , in effetti, non aveva nessuna spesa, per il compito che aveva presso la sua associazione.
Questo era un problema etico molto grande e, soprattutto, difficile da giustificare: l’ unica difesa che poteva opporre il ragazzo, era che lo Stato aveva deciso così, e che quindi, lui, che svolgeva comunque il suo lavoro (anche senza spese), non aveva nulla per cui sentirsi in colpa.
Un altro problema, forse anche più grosso, era poi che lui, dei soldi che percepiva al mese, non spendeva nulla o quasi, in divertimenti: questo era altrettanto difficile da capire per i ragazzi del locale, che, allineati alla società consumistica moderna, non ammettevano quasi il procedimento di mettere qualcosa da parte per i tempi bui, come per esempio, quelli che forse sarebbero venuti di nuovo, una volta terminato il Servizio Civile, che aveva una durata di solamente un anno; o per aiutare il proprio padre, che, come quello di Enzo, era sempre seduto al tavolo della cucina, con in mano le bollette e le tasse, sudando freddo per i conti da pagare.
Enzo trovava più giusto cercare di aiutare chi l’ aveva creato e nutrito fino a quando non poteva stare su due piedi, rispetto al fatto di divertirsi in maniera egoistica, come se fosse ancora un bambino: era così difficile, si chiedeva continuamente il ragazzo, da capire per gli altri ragazzi?
Una sera, comunque, Enzo fece anche una nuova conoscenza: Peter Pan- Stefano, un amico di Giovanni, che lavorava e studiava a Firenze, e che era venuto in quei giorni a Pozzuoli per passare le ferie nella città natale.
Con lui e Giovanni, si sedettero, dopo essersi presentati, nel vicoletto adiacente il locale, dove si mettevano spesso, e cominciarono a discutere dei soliti argomenti di cui discutevano, ovvero, le donne, la società, la religione e la politica, finché non si fece l’ alba e tutti tornarono a casa.
Per qualche giorno non andò più al locale, per via del fatto che aveva, per l’ ennesima volta, cambiato i suoi ritmi sonno/veglia: andava però al mare, e andò anche il giorno in cui riprendeva il servizio civile, perché aveva quella mezza giornata libera.
Arrivato al solito posto, dopo un po’ incontrò un signore di mezza età e lo salutò; il signore rispose al saluto e poi disse:
“Sbaglio, o gli scogl s’ ann movut?”
“Eh sì, pare anche a me…” rispose Enzo, che, in effetti, qualche giorno prima, ritornando dopo tanto tempo in quel posto, aveva avuto la stessa sensazione.
“Mah…Sò tant ann ca veng ccà…Fors ‘o mar, e mmaree, l’ hann smoss…”
“Sì…In effetti, può essere…” rispose il ragazzo, guardandosi intorno.
Il signore rimase un altro po’ lì fermo, in silenzio, e poi continuò a camminare sugli scogli, cercando un posto adatto per posizionarsi, con quello che sembrava essere suo figlio, un ragazzone grasso con l’ orecchino, che si faceva spalmare da lui la crema protettiva sulla schiena.
Enzo provò a fare un’ immersione in mare, portandosi maschera e tubo, ma l’ acqua era gelida (quella notte aveva fatto freddo) e quindi ci rinunciò; dopo un po’, fece un altro bagno, tirò qualche bracciata di crawl, e poi tornò sugli scogli. Finalmente, dopo qualche altro po’ di tempo, decise che era stanco di starsene lì , come una lucertola al sole, prese maschera e tubo, e si immerse, nonostante l’ acqua fosse ancora fredda.
“Un po’ d’ acqua fredda non ha mai ucciso nessuno, dopotutto” pensò il ragazzo, mentre si dava ogni tanto qualche leggera manata sul corpo sott’ acqua, per riscaldarsi e pensando a quanto sarebbe costata una muta da sub, magari soltanto prendendo il pezzo di sopra.
Riflettendo, però, sui costi e sul tempo da impiegare per comprarla, Enzo ancora una volta rinunciò all’ idea, e continuò ad esplorare il mondo sottomarino, che tanto gli ricordava i paesaggi dei mondi dell’ universo che aveva qualche volta visto su internet.
Arrivato al punto in cui doveva fermarsi e tornare indietro, perché oltre c’ era un ormeggio delle barche, trovò, sul fondale sabbioso, una serie di pesciolini argentati e sottili che galleggiavano sul fondale fermi, morti.
Emerse allora dall’ acqua, con l’ intenzione di chiedere informazioni a qualche bagnante, ma poi rifletté che in effetti un bagnante poteva saperne ben poco di pesci morti lì intorno; così si diresse verso due sue colleghi sub, entrambi molto in carne, che si trovavano poco più in là.
“Ehi, ma ci sono dei pesci morti, qui!” disse il ragazzo, con tono ingenuo.
“Sì, sono le alici…I gabbiani le prendono…” rispose uno dei due, sorridendo.
“I gabbiani? Ma non dovrebbero mangiarli, i pesci?”
“No” continuò l’ amico del primo sub “sono i gabbiani: li prendono e poi li lasciano così, a volte…”
“Ah capisco…” disse Enzo, poco convinto però, “pensavo ci fosse qualcosa nell’ acqua…”
“No, no” concluse l’altro a mezza voce.
Enzo stava per rituffarsi, quando gli venne di chiedergli ancora:
“Ma di lì si può andare?” e indicò l’ ormeggio delle barche.
“Dipende..”
“Dipende? Da cosa?”
“Beh, devi stare attento…” rispose l’ altro, girando la testa.
“Capisco…Beh, grazie comunque…” disse Enzo, e si rituffò sott’ acqua.
Arrivò all’ ormeggio, e decise di tornare indietro, anche perché sentiva che si stava facendo tardi, e alle diciassette avrebbe dovuto riprendere servizio all’ associazione dove lavorava.
Tornato, dopo un po’, di nuovo al punto dove aveva nascosto lo zaino prima di immergersi, per paura dei ladri, lo trovò subito e lo tirò fuori, sotto lo sguardo allegramente sorpreso (sfido io: tirare da sotto gli scogli uno zaino all’ improvviso non è cosa che capita di vedere di tutti giorni) di una delle due ragazze che, nel frattempo, si erano posizionate sullo scoglio antistante al suo.
Un ragazzo magrissimo che stava cercando granchi felloni davanti a lui, invece, accortosi anch’ egli della magia, gli disse:
“Non la lasciare più, lì, se la prendono…”
“Ma se l’ ho nascosta apposta!” rispose Enzo.
“Sì, ma si vede!”
“Dovrei portarmela sott’ acqua, allora?”
“No…ma magari lasciare nello zaino solo poche cose…Niente soldi, o documenti…”
“Eh…E si mi ferma la polizia?”
“…Ma sei con l’ auto o con la moto?”
“…Con la bici…”
Il ragazzo fece un cenno di assenso: a lui, come ad altri puteolani, evidentemente, il fatto che qualcuno usasse la bici per spostarsi era una cosa difficile da capire.
“Comunque cerca di non lasciarlo più lì, lo zaino, è pericoloso…Noi l’ abbiamo visto, ma non l’ abbiamo preso..”
Enzo gli fece un’ occhiata ironica, come a dire “Ah, ti ringrazio, per non averlo preso!”
Il ragazzo capì, e ripetè, più dolcemente:
“E’ pericoloso, non lasciarlo lì…”
“Eh…E allora che dobbiamo fare? Non dobbiamo più uscire di casa?” disse provocatoriamente il ragazzo.
“No…Dico solo che…non tutti la pensano come noi…” concluse il ragazzo, tornando a cercare i suoi granchi.
Enzo fece un cenno rapido di assenso, e andò a mettersi in piedi di fronte al sole, per asciugarsi meglio, mentre il ragazzo gridava, probabilmente a un conoscente:
“We, agg vist nu granchi senz bocc!”
Come avesse fatto a vedere un “granchio senza bocca”, dato che, notoriamente, dei granchi la bocca non si riesce mai a vedere a occhio nudo, rimaneva per Enzo un mistero: ma il giovane decise di non approfondire la cosa.
Dopo un po’, il ragazzo del “granchio senza bocca”, insieme alle due tipe dello scoglio antistante, e ad altri due conoscenti, diedero inizio a uno spuntino in pieno stile partenopeo, con tanto di sfilatino al prosciutto, sotto un ombrellone che avevano portato da casa.
La ragazza che si era sorpresa quando Enzo aveva tirato fuori lo zaino,era evidentemente la compagna del ragazzo del granchio senza bocca, ed era, anche questo abbastanza evidentemente, di origini russe o ucraine: come molte sue connazionali che vivono in Italia, anche lei aveva il problema di essere chiamata continuamente al cellulare, per questioni di lavoro (di solito, accudire bambini o anziani); perfino al mare.
Ad un certo punto Enzo, un po’ perché aveva del sale nell’ occhio sinistro, un po’ perché stava pensando che anche lui avrebbe voluto essere lì con la sua amata, Vittoria, a prendere il sole e ad ammirare quello splendido mare, portò il dito sinistro verso l’ occhio corrispondente: il ragazzo del granchio, forse pensando che Enzo stesse quasi per piangere, gli disse:
“Ehi…Non è che vuoi qualcosa da mangiare?”
“Eh? Ah, no no, grazie…Sto a posto così…” rispose Enzo.
Il ragazzo fece un cenno di assenso, e rimase un po’ pensieroso: poi tornò a mangiare il suo panino.
Quando il suo costume si fu finalmente asciugato, Enzo potè salutare la comitiva e prendere la via di casa: mentre lo faceva, però, la ragazza ucraina o russa lo guardò quasi come se stesse per morire affogata (o così parve a Enzo) e non lo salutò per nulla a voce: per lei, parlavano i suoi occhi spalancati, come, appunto, quelli di chi abbia tanta acqua alla gola.
Un’ immagine davvero strana, pensò Enzo, mentre si aggrappava agli scogli che lo conducevano verso la salita che portava alla strada sopraelevata.
Tornò quindi a casa, si lavò, si rivestì, e dopo aver ascoltato un po’ di musica, scese di nuovo, diretto verso l’ associazione dove svolgeva il servizio civile.
Arrivato lì, trovò alcuni dei suoi colleghi intenti, come sempre, a digitalizzare alcuni libri, ma questa volta, com’ era ampiamente prevedibile, con delle facce da funerale (per via del fatto che si tornava lì, dopo le ferie).
Chiese ai ragazzi dove fosse il presidente, e, ricevuta come risposta il fatto che era nell’ altra sala, ma impegnato, si accomodò su una panca del salotto, sulla quale erano poggiate centinaia di libri, frutto di una donazione che era avvenuta qualche settimana prima, da parte di una sostenitrice dell’ associazione.
“Cos’ avete fatto in questi giorni, ragazzi?” provò a chiedere Enzo, tanto per fare qualcosa.
“Niente…Io sono stato cinque giorni con la febbre…” rispose Fabrizio, con tristezza.
“Ah…E come mai?”
“Non saprei…” Rispose il ragazzo, che a volte tendeva ad essere molto schivo.
“Mmm…Forse hai sudato, e poi, preso freddo…”
“Eh sì, può essere…” concluse il ragazzo.
In quella, Laura, una volontaria, gli si avvicinò, per dirgli, sapendo che anche lui aveva avuto da poco una simile brutta esperienza:
“Sai, ho preso una multa…”
“Ah…E come mai l’ hai presa?”
“Eh, ho parcheggiato in divieto di sosta…”
“Wow, e non hai visto il divieto?”
“No…”
“Forse il cartello era nascosto…” provò a commentare Enzo, inserendosi nella conversazione, senza molto successo.
Arrivò in quel momento il presidente Schiuma, che cominciò a dare disposizioni riguardanti la digitalizzazione dei libri; Enzo attendeva con impazienza il suo turno, visto che, come sempre, aveva altre cose da fare, e non amava perdere tempo ad aspettare qualcuno o qualcosa.
Dopo qualche minuto venne il suo turno, e discusse col presidente il lavoro fin lì svolto, e i progetti futuri: come spesso accadeva, il presidente non aveva, in quel momento, nessun lavoro da dargli, per cui Enzo propose, ancora una volta, di fare una presentazione di qualche classico della letteratura del passato.
Questa volta, dopo la serata su Fedor Dostoevskij, e “Delitto e castigo”, propose un evento su “La felicità domestica” di Lev Tolstoj, un libro che aveva letto circa un annetto prima, e che lo aveva molto colpito, pur non essendo un amante sviscerato dello scrittore di Jasnaja Poljana.
Il presidente accettò con piacere la proposta del ragazzo, e rimase d’ accordo con lui di organizzarsi come per la serata precedente, ovvero, facendo delle spiegazioni dell’ opera, lettura di brani, proiezione di foto e ascolto di musiche inerenti alla stessa.
Enzo, felice di aver avuto la possibilità di concretizzare un progetto che aveva da qualche tempo in mente (praticamente, da quando aveva fatto la serata su Dostoevskij), salutò quindi il presidente e i ragazzi e si avviò verso l’ uscita: una volta fuori, si diresse verso la biblioteca comunale, per prendere il libro in questione (non ne aveva una copia in casa), ma si ricordò che era in piedi da circa le quattro di notte, e che, forse, era quasi tempo di tornare a casa.
Così, chiamò uno scrittore amico del presidente, per chiedergli l’ autorizzazione di appendere alcuni suoi brani nel locale del suo amico, e, una volta ottenutala, portò il libro di suddetto scrittore in quel posto: lì, ci trovò Stefania, una dei soci del locale, una ragazza dai capelli e occhi neri e il fisico asciutto, e le diede il libro, spiegandole per chi era e a cosa servisse.
Mentre lo faceva, però, non smetteva mai di gettarle degli sguardi lubrici, negli occhi e sui vestiti, come se volesse spogliarla e quasi violentarla lì, seduta stante: la cosa più divertente, però, era che la ragazza (come anche altre ragazze in quei casi, del resto) sembrava gradire gli sguardi lascivi del ragazzo, rispondendogli con altrettanti sguardi ammiccanti.
Dopo aver concluso quella specie di rapporto sessuale di occhi e gesti, il ragazzo voltò il manubrio della bici, e prese la via di casa: incontrò, però, dopo qualche metro, lo sguardo sorridente di uno dei gestori di un locale vicino che, forse, aveva intuito che Enzo aveva appena fatto un favore ad un amico: e, forse forse, quell’ amico voleva essere proprio lui, pensò.
Il giorno dopo, si diede alla lettura del libro di Tolstoj, per la presentazione letteraria da fare in quei giorni: aveva deciso di tornare a leggere nel parco pubblico cittadino, poiché in quel periodo la villetta del centro era infestata dalle mosche, e la biblioteca era chiusa all’ uso del pubblico.
Si sentiva un po’ come Cristopher MacCandless, ovviamente, a leggere proprio quel libro, in mezzo alla natura: ma, poi, si rendeva conto di essere comunque inserito all’ interno di uno Stato hobbesianamente ordinato, e, quindi, un po’ deluso, rinunciava ai suoi vagheggiamenti di indipendenza legislativa.
Una volta passate le cinque ore di servizio, comunque, tornò a casa, suonò un po’, e poi scese di nuovo, per fare un giro alla darsena e incontrare qualche amico (o amica: in special modo, Vittoria).
Lì, in effetti, appena arrivato, incontrò Nunzio, il proprietario del bar che frequentava sempre, prima che Alessandro, un altro suo amico, aprisse la taverna che ora aveva preso il suo posto, come luogo di frequentazione, e che si trovava proprio a fianco al locale di Nunzio: il quale, ovviamente, aveva preso l’ apertura del locale di Alessandro con un po’ di malumore, sapendo che gli avrebbe portato via parecchi clienti; anche se, almeno per come dava a vedere, provava comunque a rimanere amico di lui e di tutti gli altri del suo gruppo.
Enzo lo incontrò che stava arrivando proprio in quel momento, accompagnato in auto da Gennariello, un cantante rapper suo amico, che era abbastanza famoso anche a livello nazionale: appena lo vide, Nunzio gli disse:
“We Enzo, dove vai?”
“Beh, niente, sono venuto a fare un giro…”
“Ah okay…Vieni al bar, allora, dai…”

“Va bene: staj arapenn mò?”
“No, no: sono già aperto, ora…”
Ed Enzo lo seguì al bar, dove tante notti aveva già passato in sua compagnia.

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CAPITOLO III

III
E gli sviluppi ci furono, infatti, nei giorni seguenti.
Dopo la discussione che ebbero in chat, al primo loro incontro all’ associazione, Arianna chiese a Enzo spiegazioni in merito ad essa: soprattutto in merito al fatto che lui le aveva detto che non accettava “consigli spassionati” da chi si faceva venire a prendere ed accompagnare a casa ogni volta dal ragazzo, come se fosse un oggetto.
Si doveva vedere un film, quel giorno, per la formazione, ed Arianna ed Enzo cominciarono a discutere, sempre più animatamente, nel buio della sala, intorno al fatto se fosse giusto o meno che un ragazzo andasse a prendere a casa la ragazza con l’ auto: la discussione, però, a un certo punto degenerò, finché a Enzo una volontaria non chiese, forse per provocarlo:
“Ma tu, l’ auto, ce l’ hai???”
“No, non ce l’ ho” sbottò il ragazzo “e anche se l’ avessi, non l’ userei di certo per venire a prendere delle biiip come voi!!!”
A quella frase, il responsabile del servizio civile, Alberto, si mise a camminare avanti e indietro nervosamente, esclamando:
“Ah eh… Ccà nun ce vò il servizio civile..”, come a intendere che servisse un trattamento psicologico, non un periodo di volontariato sociale, al ragazzo.
“Questo lo dici a tua madre, a tua madre…” gli disse piano, ma con odio gelido Arianna.
“Grazie, grazie!” le rispose con ironia fintamente allegra il ragazzo. La situazione aveva davvero toccato un punto di non –ritorno, e l’ atmosfera s’ era fatta tesa come un coltello.
La discussione, però, si calmò e si cominciò a vedere il film, che trattava della vita di alcuni immigrati africani a Napoli, che passavano dal vendere fazzoletti per strada allo spaccio di droga, perché “con i fazzoletti non si potevano pagare le rate dell’ auto”, si diceva (di nuovo “l’ auto”! non era dannatamente beffarda, la cosa?).
A un certo punto, però, Enzo vide che Alberto chiamò Arianna in disparte, e, alla fine del film, sentì chiamarsi in disparte anch’ egli: Enzo capì che il responsabile stava per fargli un rimprovero per la sua uscita di prima, e la consapevolezza di aver infranto un limite gli diede un piccolo brivido di piacere, come capita quando si passa col rosso in strada, o quando si fuma una canna.
Si avviò quindi verso la sua punizione, con il ghigno tipico del criminale che è stato colto con le mani nel sacco, ed ora deve affrontare la “giustizia”: entrò nello stanzino semibuio del presidente Schiuma, e ci trovò Alberto che lo accolse, però, molto dolcemente, dicendogli:
“Siediti, siediti, Enzo..”, e indicandogli una sedia.
Il ragazzo si sedette, cercando di apparire il più sicuro e meno spaventato possibile. Anzi, cercava di apparire addirittura arrabbiato, come se stesse per essere punito ingiustamente.
In quello stanzino, Alberto cominciò a spiegargli che quando si lavora in un’ associazione ventennale bisogna rispettare alcune gerarchie, cioè non fare troppe storie se un superiore ci chiede di modificare un articolo inserendo toni più tenui; inoltre, gli disse che non doveva permettersi di entrare negli affari personali degli altri volontari, perché la sfera lavorativa era nettamente separata da quella personale.
Dopo la ramanzina, Enzo tornò nella stanza adiacente un po’ confuso, ma più “sollevato”: sentiva di essere stato purificato, in qualche modo, della sua colpa, anche se, comunque, non del tutto: altre cose, infatti, di sua iniziativa, avrebbe dovuto fare, per rimediare a quel varcamento di linea.
Quando andò a casa, comunque, la prima cosa che fece fu accendere il pc, e scrivere ad Arianna un breve messaggio di scuse, molto formale: lei rispose che accettava le scuse, ma continuò, per molte righe con una sequela di improperi e rimproveri, cui Enzo rispose con calma, cercando di capire le sue ragioni, e dicendole le sue.
Alla fine, comunque, per non perdere quel lavoro che dopo anni di disoccupazione aveva trovato, decise di ingoiare il rospo e andare avanti, accettando tutti i compromessi che lei o il presidente gli avrebbero proposto: la società in cui viviamo, dopotutto, ce ne chiede continuamente, per andare avanti, pensava il ragazzo, e noi dobbiamo accettarli, se vogliamo vivere e mangiare ancora.
L’ importante era non essere servi nell’ animo: il lavoro era un’ altra cosa…
O forse chi era servo nel lavoro, lo era anche nella vita? Enzo non avrebbe voluto sapere la risposta, probabilmente: così, smise di pensarci, e fece finta di nulla; o quasi.
Però, era sempre difficile relazionarsi con le persone che gli chiedevano che lavoro faceva, perché molte di loro, specialmente alcune sue vecchie conoscenze, appena diceva che lavorava al servizio civile, subito lo bollavano come raccomandato o, peggio, come nullafacente. Insomma, la vita, ora che lavorava, non era più facile di quando non lo faceva, al contrario di quello che pensava fino a poco tempo prima.
Decise di dichiarare il suo amore ad Arianna, nel frattempo, poiché anche questa componente entrava nel loro litigio, e per onestà decise di dirglielo: lei apprezzò la sua sincerità, ma si dichiarò ferma a rimanere col suo fidanzato, e ad avere con lui un rapporto puramente lavorativo. La cosa non sorprese né avvilì Enzo, poiché sapeva, ora, che non se una ragazza dice “no”, è “no”: al contrario di quanto pensava qualche tempo prima.
La lettura dei libri, e le relative recensioni, comunque, proseguivano alacremente, tra nottate passate al vento del lungomare, leggendo nelle aiuole, come un cane, o nella villetta di fronte al porto, tra gli anziani che giocavano appassionanti partite a scopone scientifico, come un barbone: finché non arrivò l’ estate, e, con essa, le ferie annesse.
Enzo aveva deciso di prendersele qualche giorno prima, poiché per il lavoro che stava attualmente portando avanti ( un resoconto sui libri digitalizzati a Napoli e Pozzuoli), aspettava certe risposte ad alcune mail, e quindi, ci sarebbe voluto del tempo per averle.
Così, si dedicò anima e corpo alla frequentazione della darsena cittadina, dove si ritrovavano spesso i suoi compagni dell’ altra associazione cui partecipava, e quelli della biblioteca, che frequentava anch’ essa ogni tanto.
Lì, ebbe modo di approfondire la conoscenza di Giovanni, un tipo dell’ associazione con cui non aveva mai parlato molto nelle volte in cui si erano incontrati, al teatro dove si riunivano per discutere le varie attività.
Giovanni era un tipo di ventidue anni (anche se ne dimostrava di più), con un grande ciuffo biondo in testa, gli occhi grandi e gialli, e una grande barba da filosofo dello stesso colore, che lavorava come operaio, soprattutto negli interventi di emergenza.
“L’ abito”, nel caso di Giovanni, “faceva il monaco”, poiché il ragazzo, pur essendo soltanto diplomato in ragioneria, aveva una mente molto elastica e portata alla discussione filosofica, che gli permise, più volte, di avere discussioni anche molto animate con Enzo, che giunse anche a spiegargli, una notte, la teoria del superomismo che stava dietro al delitto di Raskolnikov, in Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij: teoria che venne accolta, però, dal ragazzo, con sconcerto e veemente disaccordo, com’ era comunque probabile…
Le serate trascorrevano così, in una tranquillità inframmezzata solamente dalle discussioni, talora anche molto accese, tra Giovanni e Vincenzo, che a volte giungevano anche a dirsele di santa ragione, usando parole molto forti: ogni volta, però, dopo un po’ si calmavano, ritornando i vecchi amici di prima: e, questa, forse, era la cosa più bella del loro rapporto.
Tra di loro, però, c’ era Federica, una loro amica in comune che lavorava al locale di un altro amico in comune, da loro frequentato spesso: era una ragazza dai capelli lunghi neri, gli occhi dello stesso colore e i lineamenti tipicamente partenopei. La ragazza veniva soprannominata, da Vanni, “grande cu…ore”, alludendo al suo sedere molto provocante, che lei amava mettere bene in mostra indossando pantaloni molto aderenti.
A Enzo piaceva abbastanza, e l’ aveva anche aggiunta su Internet, ma, dopo un po’, anche per il fatto che lei non gli rispondeva, il suo cuore (quello suo, e quello vero, stavolta) si spostò su un’ altra ragazza che lavorava nel locale, ai tavoli, chiamata Vittoria.
A Enzo erano sempre piaciute le cameriere, come concetto: trovava infatti, che una donna che serviva e portava al tavolo cibi e bevande, poteva sviluppare, per così dire, meglio le qualità che sarebbero servite a una buona moglie, rispetto a chi svolgeva un altro lavoro.
Avendo conosciuto parecchie cameriere, però, nel corso della sua breve vita, che avevano smentito questa teoria che gli sembrava pure così salda, ci andava coi piedi di piombo anche con loro: uomo avvisato, mezzo salvato, come si dice.
Vittoria, comunque, era una ragazza bionda, con un corpo magrissimo (forse a causa dei due lavori che svolgeva per pagarsi la macchina, acquistata da poco) un paio di grandi occhi verde-grigi, e un modo di raccogliere i capelli che la rendeva un po’ simile, quasi, ad una gallinella spennacchiata.
Ciononostante, a Enzo piaceva parecchio, forse anche più di Federica, soprattutto per quel suo modo di parlare e di ridere da bambina,e per quelle sue frasi sempre piene di “mio padre dice così…” “mia madre vuole così…”, che davano a Enzo proprio l’ impressione di trovarsi davanti a una ragazza seria e, finalmente, attenta alla famiglia, come la cercava da tanto tempo.
Ebbe modo di parlarci una notte, in gruppo con altri amici, mentre lei faceva una pausa sigaretta: il discorso verteva intorno al fatto che doveva fare due lavori per pagare l’ auto nuova. Enzo si inserì nella discussione, dopo aver salutato tutti, dicendo a Vittoria che, forse forse, l’ auto non gli era poi così necessaria, visto che al lavoro poteva andarci anche in moto, una volta imparato a guidarla.
E, qualche minuto dopo, meraviglia tra le meraviglie, lei gli era anche venuto vicino, spontaneamente, per dirgli, dolcissimamente, allargando le braccia:
“Ma scusa…Cosa pensi che direbbero, mio padre e mia madre, se gli dicessi che voglio comprare una moto???”
“Mmm…” rispose Enzo, assumendo un’ espressione molto seria “Se ne devono…Se ne devono fare una ragione!” concluse, infine, con un tono molto grave e definitivo.
Lei sorrise contenta, e tornò al lavoro, verso qualche tavolo… Poco tempo dopo, Enzo la vide che stava parlando con un ragazzo che conosceva, e che reputava un latin lover, o qualcosa del genere: quando passò loro vicino, gettò uno sguardo a Vittoria, che, vedutolo, disse, indicandolo al ragazzo, per scherzare:
“Lui non vuole che prenda la macchina!”
Enzo accusò un po’ il colpo, ma poi, capendo che la ragazza voleva solo giocare, la assecondò, rivolgendosi al ragazzo e dicendogli:
“E certo! Se deve andare al lavoro, può anche andarci in moto, da sola… Così risparmia i soldi della macchina…”
“Eh beh” rispose lui “ma mica stiamo sempre da soli…Magari deve prendere qualcuno…”
“Qualcuno? Ma lei va a lavoro…da sola…No?” rispose, rivolgendosi nell’ ultima parte a Vittoria.
“Non c’ azzecca UN CAZZO…Magari deve vedere degli amici…” disse il ragazzo, cercando di trattenere una certa rabbia verso Enzo.
“Eh beh, gli amici…Fa un appuntamento al bar, o da qualche parte, e ci va…Con la moto, appunto” concluse Enzo: e il discorso finì lì, con un altro sorrisetto di Vittoria, e un moto di disappunto del ragazzo che le era vicino: evidentemente, gli seccava aver avuto torto, in quella discussione.
Enzo, quindi, si avviò contento verso i compagni, felice per aver regalato un altro sorriso alla sua principessa: salì sul muretto antistante il locale, e cominciò a cazzeggiare un po’ con gli altri.
Dopo un po’, disse loro che andava a farsi un panino nel locale, poiché le formiche erano salite sul panino che si era portato in borsa, e che gli era caduto per terra, mentre prendeva il fresco nella villetta cittadina, e che quindi aveva dovuto buttare, qualche ora prima.
Entrato nel locale, salutò, prese il menù, e diede un’ occhiata alla lista dei panini: un tizio, che pareva essere uno dei soci del locale, lo aiutò a capire quale fosse, e gliela lesse anche. Alla fine, decise per un panino con mortadella e mozzarella, dal prezzo di un euro e cinquanta: si avviò quindi sulla soglia, aspettando che lo preparassero. La cosa avvenne in cinque minuti: un panino fumante fu portato sul tavolo.
Enzo disse:
“Lo pago ora o dopo?”
La ragazza dietro il bancone gli rispose
“Non so, come vuoi…”
“Vabbè, allora lo pago dopo, va’…”
“Dopo, dopo: a pagare e a morire c’è sempre tempo!” completò un ragazzo, sedendogli accanto.
Enzo rise della battuta e addentò il panino: era caldo e buono, molto.
Subito dopo il primo morso, però, il tizio che non conosceva gli chiese:
“Com’è??? Sinceramente, dai!” esclamò.
“Beh…Buono…Davvero…” gli rispose Enzo.
“Eheheh, grazie!” disse il ragazzo.
“Tu sei il cuoco?”
“No…Aiuto-cuoco!”
“Ah…Beh, però fai i panini!”
“Ehehehe sì sì…Ti posso offrire qualcosa, una birra?”
“Eh? Ah sì, magari…Anche se, con questo caldo, forse sarebbe meglio una cedrata…”
“No, dai, c’ amma fa cu sta cedrata, prenditi una birra!”
“Okay…Anche se non c’è niente “di male” nella cedrata: l’ ho presa anche l’ altra volta…” disse, rivolgendosi alla ragazza del balcone, che l’ altra volta gli aveva servito appunto una cedrata, scherzando sul fatto se volesse una “cedrata” o una “Tassoni” (in pratica, una domanda retorica, visto che la ditta Tassoni era l’ unica, o quasi, in Italia a produrre cedrate).
“Ma mica possiamo offrire la birra a tutti quelli che…” provò a protestare la ragazza.
“Non ti preoccupare: pago io!” disse decisamente l’ aiuto cuoco.
“Ok…” Poi, rivolta a Enzo “Che birra vuoi? Una rossa?” fece la ragazza, con tono molto invitante.
Il tono convinse il ragazzo, che accettò.
Mangiò quindi il panino, bevve la birra, e tornò da Giovanni e gli altri compagni, che stavano seduti sotto la postazione della vendita delle patatine, sempre collegata al locale del loro amico comune.
Uno dei ragazzi stava gettando pezzi di stuzzicadenti nel coppetiello di patate di un suo amico: allora, uno di loro, esclamò:
“A vuò fernì? Gli staje facenn magnà patane e lignamm!”
La battuta fece ridere tutti i ragazzi, Enzo compreso, che scoprirono tutti i “denti bianchi”, come diceva una poesia del suo amato Friederich Nietzsche…
Rimasero un altro po’, lì, poi diedero una mano a portare dentro i tavoli e si avviarono verso le loro case.
Enzo, che era venuto a piedi, per fare un po’ di movimento, accettò le insistenze di Dario, un altro compagno, che lo accompagnò, con Giovanni, a casa.
Mentre tornavano, in auto, il discorso cadde sulle tecniche di approccio di Enzo con le ragazze, e sul fatto, che lui, le aggiungeva subito su Facebook, non appena le aveva conosciute.
“No, no, Enzo!” si infervorava Giovanni “devi cambiare approccio! Se uno vede che un muro nun va nterr, cagn attrezz! Tu, pecché nun cagn tecnic???”
“Ma magari è sbagliato il muro…Cioè, la ragazza…”
“Sì, vabbè, dai…Hai ragione tu, Enzù…” si arrese il ragazzo.
Una volta arrivati vicino il ponte dove abitava, e aver fatto qualche battuta sul fatto che abitasse proprio sotto il ponte, i tre ragazzi si salutarono, ed Enzo esclamò, alla fine:
“Però, a uaglion’ (cioè Vittoria) è pop bellell!”
Enzo, una volta tornato a casa, fece un’ altra breve ricerca su Internet (nei giorni scorsi ne aveva già fatte altre) e, alla fine, trovò Vittoria: le fece la richiesta d’ amicizia, sapendo, comunque, in cuor suo, che poteva essere una cosa parecchio indiscreta ed equivoca.
Ciononostante la fece lo stesse,e gonfiò il petto, preparandosi a pagarne le conseguenze, pesanti o lievi che fossero.
La notte dopo, infatti, quasi come se fosse una punizione karmatica (e lo disse anche a Vanni), la ragazza non era venuta a lavorare al locale.
La nottata, comunque, scòrse come al solito, tra le solite discussioni filosofiche loro, che, però, toccarono un punto vivo quando Enzo chiamò schiavo Giovanni per il fatto che era dipendente dalla cannabis: in effetti, la sua sincerità, si rese conto più tardi, si era spinta oltre, ed aveva ferito profondamente l’ amico.
Come che sia, almeno per quella notte, il ragazzo non lo diede molto a vedere, e dopo la chiusura del locale, Enzo si avviò al bar vicino con lui, Federica, Cristiano (il ragazzo che lavorava “alle patatine” con Federica), e Mauro, il caposala, un tipo senza capelli, che parlava molto spesso in spagnolo (perché, diceva, “In spagna c’ho lasciato il corazon”) in maniera sempre molto concitata e con gli occhi spiritati: anche a causa del suo soprannome (Dieci grammi), Enzo pensava che Mauro parlasse (ed agisse) in quel modo perché, probabilmente, qualche grammo di droga gli aveva danneggiato il cervello.
Si sedettero al tavolo, comunque, e la discussione iniziò, parlando del fatto che, da quando si era aperto il locale del loro amico, dalle parti della darsena si vedevano anche persone più adulte: e, questo, per Cristiano, era una cosa buona.
“Senti” si inserì Enzo, interrompendo la discussione sull’ argomento “ma perché oggi Vittoria non è venuta?”
La ragazza, infatti, quella notte non era venuta al locale a lavorare.
Mauro fece prima un moto di stizza, volgendo a destra e sinistra la testa nervosamente, quasi come un cavallo stizzito, e poi disse:
“Hey, chico! Yo pienso que tu eres perdido por ella!”
Enzo, tradotta in mente la frase (conosceva un po’ di spagnolo, imparato con la musica), fece anch’ egli un moto di stizza, e poi disse, mugolando e facendo finta di essere intimidito:
“Ehmmm…Un poquito perdido…Poquito…”
“Ayyyyyyyy! Un poquito mas?”
“Eh…Un poquito mas, già…”
Federica, ingelosita evidentemente da questa cosa, si inserì, ex abrupto, dicendo:
“A me piace molto Giovanni: è molto profondo…”
Enzo, pur sapendo che questo giudizio era espresso, più che altro, per farlo ingelosire, non riuscì tuttavia a trattenere un moto di stizza, dicendole:
“Beh, io sono ancora più profondo di Giovanni! Anzi, ti dico una cosa: io sono profondo come il mare…di Pozzuoli!” concluse, volgendosi verso Mauro, cercando da lui un po’ di consenso: il ragazzo, però, dimenò solo la testa a destra e sinistra, trattenendo una risata allegra.
Rimasero un altro po’ lì al tavolino: poi, vinte le resistenze di Mauro nell’ accompagnare a casa Giovanni (era venuto a piedi, in centro), la compagnia si divise, ed ognuno tornò a casa propria, a parte Mauro che accompagnò Giovanni a casa sua.

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IL SERVITORE – II

La relatrice, ora, stava parlando con una signora di mezz’ età che, evidentemente, aveva “in cura” da un po’, per quel che riguardava la sua dieta, e le dava dei consigli su come correggere alcune abitudini alimentare, secondo lei, sbagliate.

Enzo tornò a sedersi vicino ad Arianna, ma, questa volta, fu lei ad alzarsi dopo qualche secondo ed ad andare nell’ altra sala, senza dare spiegazioni: probabilmente, pensò Enzo, era un modo per vendicarsi per aver ricevuto lo stesso trattamento da lui, poco prima…

Lui rimase qualche secondo a sentire le discussioni degli altri volontari che, molto prevedibilmente, ora stavano parlando dei loro regimi alimentari, e poi, ovviamente, visto che il discorso non lo interessava particolarmente, e che nell’ altra sala c’ era la sua donna, si spostò anche lui lì.

La trovò che era insieme ad altri volontari, guardando alcune diapositive che sarebbero state utilizzate da lì a qualche giorno per una proiezione con la lanterna magica, uno strumento della fine dell’ Ottocento che serviva appunto a proiettare diapositive colorate sui muri delle case.

La proiezione si sarebbe dovuta svolgere al Pan di Napoli, ed avrebbe dovuto vedere la presenza di tutti i volontari del Lux, con sommo fastidio di Enzo (e, probabilmente, di qualcun altro volontario) che, non avendo ancora percepito il rimborso spese, si sarebbe trovato a dover anticipare di tasca sua i soldi per i biglietti per Napoli.

Il presidente, comunque, stava dicendo: “Queste diapositive ho dovuto portarle a casa mia e metterle sott’ o liett, pecché ca nun steven bbuon…La gente veniva, toccava…Le rompeva…”

“Ih, ih, ih…Bello, “sott o liett”” gli fece eco Arianna, sollevando una puntina di gelosia in Enzo che, quasi per scaricarsi, prese la chitarra classica che era posizionata su un antico mobile marrone nell’ angolo della sala, e andò dietro il tavolo adiacente la finestra.

Vedendo, però, che c’ era Patrizia lì vicino, e ricordandosi del fatto che poco prima gli aveva formalmente vietato di suonare, mentre lei stava lavorando, per prenderla un po’ in giro, le disse, con tono ironico:

“Ah, ma c’è Patrizia…Allora non posso suonare…”

Anche Patrizia, come Arianna poco prima, all’ inizio incassò, tirando indietro la testa, per poi dire, il più gentilmente e allegramente possibile: “Ma no, ora non sto facendo niente…”

“Lo so, sto scherzando…” concluse Enzo con un inchino falso, mentre lei gli sorrideva contenta. “Com’ è facile prendere in giro le donne!” pensò il volontario, non per la prima volta…

Aveva imparato quegli scherzetti, probabilmente, da suo padre che, quando non era angosciato dalle bollette e dalle tasse (cioè, spesso), amava molto scherzare e fare battute con i suoi conoscenti e colleghi…

In quel momento, comunque, arrivò il rivoluzionarissimo Sandro, giovane professore di storia, esaltato propagandista del comunismo (alle ultime elezioni si era anche candidato con Rifondazione).

Vincenzo, che aveva sempre pensato che fosse solo un po’ esaltato, da quando invece aveva letto su Facebook che incitava per davvero all’ uccisione dei militanti di CasaPound, aveva deciso di evitare il più possibile ogni contatto con lui: considerava, infatti, come Gandhi, Tolstoj e Gesù, la vita umana una cosa sacra, tale da non poter essere tolta a nessuno per nessun motivo, nemmeno per un bene maggiore per l’ Umanità, come si discuteva in Delitto e Castigo, del suo amatissimo Fedor Dostoevskij.

Tuttavia, siccome era lì per lavoro, e non voleva essere cacciato, quella volta fu costretto perfino a dargli la mano, accettando un compromesso che non avrebbe mai voluto sottoscrivere: tanto può nell’ uomo, la necessità e il bisogno di quei biglietti colorati chiamati “soldi”.

Intanto, la discussione sulle diapositive andava avanti e si discuteva su quali sarebbero state le più indicate per la proiezione al Pan.

“Questa è San Paolo che cammina sulle acque…” disse il presidente, indicandone una.

“Ma non era Gesù, a camminare sulle acque???” chiese frastornato Enzo, che era un attento lettore del Vangelo, anche se non si diceva credente.

“Sì, ma questa è una diapositiva di San Paolo…” rispose il presidente, con ambiguità.

Non soddisfatto della risposta, Enzo fece una smorfia e guardò altrove: lo infastidivano sempre le risposte insoddisfacenti.

Schiuma propose allora un’ altra diapositiva intitolata Toporagna, ma Alessandra, una delle volontarie pure (cioè, che non percepiva nessuno stipendio) dell’ associazione, si oppose dicendo:

“No, la Toporagna no, vi prego…A una mia compagna di classe la chiamavano Toporagna…” disse, provando a rendere divertente la cosa in sé per sé un po’ triste.

“Wa…Toporagna…Che società spietata…” esclamò ex abrupto Sandro, con una delle sue solite frasi vòlte (secondo lui) a far riflettere chi lo ascoltava sul supposto malfunzionamento della società moderna.

Il problema, però, è che quando diceva quelle frasi, apriva le braccia, illuminava gli occhi e si rivolgeva verso il pubblico, come a dire: “Ascoltatemi, io ho la soluzione a tutto, seguite me!”.

Enzo, che non aveva mai amato questo tipo di leader narcisisti ed esibizionisti che ammiccavano come prostitute al loro pubblico, si voltò e gli diede le spalle, con buona pace della sua amata Arianna che sosteneva “non fosse carino” darle a qualcuno, e si diresse verso la cucina, lasciandolo riflettere sulla verità che aveva appena espresso e, soprattutto, sulla sua talmente grande ovvietà, che forse non avrebbe richiesto affatto un’ enunciazione pubblica. Soprattutto, non in un modo così capzioso, come invece aveva appena fatto lui.

In cucina, comunque, trovò Schiuma che, prima gli fece una ramanzina sul fatto che non si dovevano prendere i bicchieri di plastica per bere,ma quelli di vetro, e poi, lo aiutò a compilare i moduli di uscita e quello di permesso che gli sarebbe servito per fare un esame all’ università, qualche giorno dopo.

Finalmente, dopo aver compilato i moduli, era libero di andare e quindi tornò nella sala a fianco per salutare tutti (Arianna, nel salutarlo, fece significativamente un passo avanti verso di lui) e poi nell’ altra sala, per salutare (purtroppo) anche la relatrice che l’ aveva così tormentato poco prima, la signora di mezza età e…il presidente Schiuma, che come una scheggia, in quel tempo brevissimo s’ era spostato in quella sala.

Una volta tornato a casa si addormentò, dopo qualche ora, col pensiero, come alcuni anni prima, di nuovo ad Arianna, la Castalia che l’ aveva di nuovo stregato, irretendolo con i suoi occhi castani di ghiaccio.

Dopo alcuni giorni, però, Enzo fu costretto a non andare più all’ associazione: era stato infatti trasferito presso la scuola “Marconi”, per un P.o.n., che avrebbe previsto visite guidate, preparazione di cartelloni, attività ludiche, con i bambini che avrebbero aderito.

Enzo accettò questo trasferimento con gioia mista a timore, per il fatto di non avere quasi nessuna esperienza coi bambini (e, questo, ebbe anche la faccia tosta di dirlo alla referente del P.o.n., quando venne in associazione a parlare del progetto).

Inoltre, da un lato sentiva che andare in mezzo ai bambini era una cosa buona e giusta, per lui, dall’ altro, invece, sentiva che il suo carattere spesso scontroso e facilmente irritabile avrebbe fatto uno strano contrasto con l’ ambiente in cui ora si andava a inserire.

Come che sia, Enzo, insieme a Fabrizio e Alessia (un’ altra volontaria), fu assegnato al progetto, e all’ inizio di un Giugno straordinariamente caldo, si recò un mattino all’ edificio scolastico, in bicicletta, come spesso si muoveva.

Arrivato lì fuori, trovò Alessia che aspettava e che gli disse, scherzando:

“Ehi ciao…Devi parcheggiare???”

“Ehi ciao….Eh sì!!!” le rispose lui, svicolando alla sua destra, cercando un palo a cui attaccare la sua bici.

Aspettarono lì per qualche minuto, finché non arrivò Fabrizio, si salutarono, e si avviarono verso la scuola; il loro posto di lavoro, quel giorno, era all’ ultimo piano, e una volta arrivati lì, si trovarono di fronte a un’ aula gremita di bambini, in tutto, circa una trentina… Enzo inizialmente si trovò un po’ spaesato, non avendo visto per molto tempo una tale quantità di bambini tutti insieme in un unico luogo: superato il momento di smarrimento, però, e seguendo il consiglio della referente del PON, si diresse, come i suoi colleghi, verso gli alunni, cercando di aiutarli a compilare un test di introduzione ai luoghi flegrei che avrebbero visitato.

Oltre a loro volontari, e alla referente, comunque, c’ erano altre tre maestre, una più giovane e due più anziane, ed un tutor speciale, assoldato apposta per fare da guida ai bambini, chiamato Emilio.

Questo tizio aveva un viso straordinariamente bello ed angelico: ma, come Enzo avrebbe visto da lì a poco, avrebbe riservato a lui (e alla sua nuova collega) alcune sorprese non di poco conto.

Dopo che i bambini avevano quasi completato i loro test, Enzo e gli altri volontari furono chiamati dalla responsabile del PON per una decisione che pareva fosse molto urgente: bisognava decidere, infatti, chi dei tre ragazzi sarebbe andato al Campus estivo dei bambini più piccoli, dato che lì serviva un aiuto.

Fabrizio non ci pensò su due volte, e indicò subito Enzo, capendo che sarebbe stato un lavoro un po’ più pesante, avere a che fare con bambini più piccoli: Enzo, comunque, per evitare lunghe discussioni, accettò l’ incarico e si affidò, quindi, a un ragazzo smilzo che, sentendo che era lui la persona designata, lo chiamò e gli disse: “Vieni, allora…Ti presento Siria…”

“Siria?” pensò stupito Enzo, per via di quel nome un po’ inusuale. Tuttavia seguì il ragazzo per le scale, tornando di nuovo nel cortile della scuola: lì, trovò una ragazzina sui sedici-diciasette anni, coi capelli rossi, gli occhi celesti, il viso pallido, e un corpicino basso ma abbastanza robusto, circondato da cinque sei bambini che giocavano.

Era molto che non vedeva un’ animatrice, e vedere quella ragazza, ora, in quella situazione, lo turbò un poco: tuttavia, si riprese subito, le tese la mano e si presentò.

“Vincenzo, piacere…” le disse.

“Siria…” disse soltanto lei.

Da quella brevissima presentazione, Enzo capì che aveva a che fare con una tipa dura: da lì a poco, infatti, portarono infatti i bambini a loro affidati al parco di Villa Avellino, e, facendo meglio conoscenza, scoprì che la ragazza stava lasciando gli studi liceali, per motivi che non aggiunse, e che quindi le mattine le passava lavorando come animatrice in quella scuola, che al momento aveva terminato l’ orario delle lezioni.

Enzo non ritenne di indagare oltre, e si limitò a continuare il suo nuovo lavoro di sorvegliante di bambini, facendo attenzione se qualcuno di loro inciampava o si allontanava dal gruppo, mentre giocava sulle giostre.

Nel frattempo, le maestre e gli altri operatori stavano decidendo cosa far fare ai bambini: si decise, alla fine, di fargli cercare dei fiori o delle pietre che, in un certo modo, li rappresentassero, e, una volta trovatili, disegnarli e spiegare su un foglio perché li rappresentavano.

I bambini, come gabbiani su un porto, si distesero urlando di gioia attraverso il parco, cercando gli oggetti più adatti alla loro personalità, per poi fermarsi a disegnare e scrivere sulle radici grossissime di un albero del parco, appartenente ad una rara specie americana: siccome, però, i bambini non riuscivano a disegnare, Enzo propose di spostarsi qualche metro più avanti, dove c’ erano delle panchine in pietra.

Siria, storcendo un po’ il volto, forse per la sua autorità messa in discussione, accettò di malavoglia la proposta, e si diresse verso le panchine indicate: lì, i bimbi poterono cominciare a disegnare e scrivere, e Enzo e Siria poterono continuare a conoscersi.

“E come mai vieni a fare l’ animatore?” gli chiese Siria.

“Eh, è per il servizio civile…” rispose Vincenzo.

“Ah, il servizio civile fa anche queste cose?”

“Sì certo… Mi hanno assegnato alla vostra scuola…e sono venuto…”

Siria si ritenne soddisfatta, per il momento, e tornò ad occuparsi dei bambini: Enzo fece altrettanto, andando vicino un bambino più robusto degli altri, con le braccia come salsicciotti.

“Sai, io batto a braccio di ferro tutta la mia famiglia!” gli disse allegramente quello, che si chiamava Giorgio.

“Ah, davvero? Fammi un po’ vedere!” lo sfidò lui, con allegria un po’ forzata, forse.

Così posero i gomiti sulla panchina e iniziarono a fare forza: Enzo, decise di far vincere la prima volta il bambino che, tutto contento, cantò vittoria; la seconda partita, però, lo battè lui, e, vedendo il suo visino corrucciato e triste, lo consolò dicendo “Beh, prima hai vinto e ora hai perso: è la vita…a volte si vince a volte no…”

Siria si volse quasi di scatto, sentendo quelle parole: lo guardò negli occhi con un viso serio e poi si rivolse di nuovo ai bambini. Evidentemente, condivideva quel pensiero profondo; oppure, non condivideva il fatto di dire cose così pesanti a bambini così piccoli: Enzo non capiva, insomma… Quella ragazza era una tipa parecchio stramba: almeno, così pareva a lui.

Comunque, forse era ancora presto per dare un giudizio su di lei, ed Enzo tornò a giocare coi bambini, cercando di aiutarli come poteva a disegnare e descrivere gli oggetti trovati.

Era difficile, però, far capire a dei bambini così piccoli come trovare somiglianze con un fiore o una pietra, cosicché Enzo li lasciò più che altro scrivere quello che volevano loro: una volta finiti tutti, tornarono verso l’ uscita di sinistra del parco e si misero in cerchio, con gli altri bambini della scuola e gli operatori e le maestre.

Lì, cominciarono a sentire i bambini leggere le loro descrizioni, con qualche problema di timidezza da parte di qualcuno di loro: mentre si trovava seduto per terra in mezzo ai bimbi, però, Enzo si sentiva preda di due impulsi contrastanti…Da un lato, pensava dentro di sé che quello non era il posto giusto per lui, che sognava di diventare un insegnante universitario o, addirittura, uno scrittore; dall’ altro, pensava che i bambini erano una cosa “buona” e che quindi, stare in mezzo a loro era anch’ essa una cosa “buona”.

Come che foss, attese per terra che le varie presentazioni finissero, per poi dirigersi, con Siria, di nuovo verso la scuola.

Lì, i bambini più grandi tornarono verso casa, mentre quelli del Campus, cioè quelli “di Enzo e Siria”, rimasero a scuola, aspettando l’ ora di pranzo e la mensa (chi l’aveva ordinata: gli altri, col panino “da casa”, aspettavano lo stesso la mensa, per mangiare con gli altri).

Dopo qualche tempo, arrivò finalmente lo scatolo di polistirolo bianco contenente le scodelle della mensa: Enzo, di sua iniziativa, lo aprì e, dentro, scoprì quelle scodelle di alluminio col coperchio bianco che usava anche lui, circa vent’ anni prima, quando andava anche lui alle elementari.

“Da quanto tempo non vedevo questi cosi!” sfuggì detto a Enzo. Siria lo guardò in maniera seria, e non disse nulla, iniziando a distribuirli ai bambini…

Enzo non continuò, e iniziò a distribuirli anche lui, per poi prendere dalla borsa il suo panino, che aveva portato da casa, come sempre, quando usciva per studiare o lavorare.

Iniziò a mangiare, osservando, davanti a lui, una bimba che, vagamente, gli sembrava assomigliasse a Selen, una delle sue attrici hard preferite…

Aveva i capelli castani e gli occhioni dello stesso colore, e sembrava proprio molto dolce, mentre mangiava il suo cibo…Finché, purtroppo, non aprì la bocca e, rivolta a una compagna, cacciò un grido con un vocione quasi da scaricatore di porto, che semi-gelò il nostro ragazzo: come, a volte, le apparenze ingannano, pensò, per l’ ennesima volta…

Finì il suo panino, e si diresse verso Siria, in attesa che decidesse che gioco far fare ai bambini: dopo un po’ di tempo, la ragazza decise di scendere in cortile e far fare dei giochi lì all’ aperto. Così, si diressero verso quella parte della scuola, e Siria iniziò a spiegare un gioco che consisteva nel cambiare posizione del corpo ogni volta che lei diceva una parola “speciale”.

Giocarono un po’ così, per poi tornare di sopra in aula, finché si fecero le tre, ed Enzo e Siria cominciarono ad aspettare che venissero i genitori dei bambini a prendere i rispettivi figliocci: a poco a poco, infatti, cominciarono a venire alcuni signori e signore di mezza età, che salutavano, dicevano qualche parolina di scherzo a Siria, e si prendevano i bambini.

Quando anche l’ ultimo bambino se ne andò, anche Siria e Vincenzo si diressero verso l’ uscita, e, una volta fuori dal cancello della scuola, si salutarono, dandosi appuntamento al giorno dopo…

E così, più o meno, si svolsero tutti i giorni del Campus di Enzo, tra cartelloni da disegnare e colorare, giochi da fare in cortile, qualche gitarella nei dintorni del centro, dispetti delle piccole pesti verso di lui, che si prendevano il suo cellulare, il portafogli, e altre piccole cose, piccoli innamoramenti (perfino ricambiati!) con qualche bambina, e sfoghi di Siria sulla sua situazione lavorativa con l’ associazione con cui lavorava.

A complicare il tutto, poi, si aggiunse anche il fatto che una volta, mentre Enzo era a pranzo con gli altri bambini, una delle sue alunne preferite, che lui aveva soprannominato “Spagna”, per la sua somiglianza con le bambine spagnole, gli aveva chiesto, con la curiosità tipica delle persone di quell’ età:

“Ti piace Siria???”

Enzo, che non poteva nemmeno lontanamente immaginare quello che sarebbe da lì a qualche giorno successo, rispose con molta tranquillità di “Sì”.

Apriti cielo! Nei giorni seguenti, infatti, si scoprì che Emilio, la guida dei bambini, nonostante fosse già sposato da circa un anno, ci stava provando insistentemente con Siria: i bambini, venutolo a sapere, cominciarono a sfottere Enzo con la frase, ripetuta fino all’ ossessione, “Vincenzo è geloso di Emilio”, tutti in coro, ogni volta per qualche minuto…Perfino quando Emilio era presente, davanti a Enzo…Con sommo imbarazzo, si può immaginare, di entrambi i contendenti; o, quantomeno, supposti tali.

Ci furono, però, anche momenti molto belli, come ogni volta che prendeva in braccia qualche bambina, e lei rideva allegramente, felice di essere presa in braccia; o come una delle sue bambine preferite, Sonia, quando si trovarono in corridoio le disse felice “Ti amo!” e lui ebbe il coraggio e la faccia tosta di risponderle “Anch’io!”; o come quando imparava dei nuovi giochi da qualche bambino, e poi nei giorni continuava a giocare con lui col gioco che aveva imparato, ripetendo una specie di rito che rinsaldava sempre di più la loro amicizia; o quando cercava di insegnare a qualche altro bambino un po’ irrequieto il rispetto e l’ altruismo verso gli altri, e poi, nonostante l’ iniziale ritrosie, lui capiva e sorrideva ai suoi insegnamenti…

Fu un mese ricco di emozioni e contrasti, di sorrisi e qualche lacrima, che lo cambiò molto, alla fine dell’ esperienza, facendolo ritornare un po’ bambino anche lui, e, vampirizzando, per così dire, un po’ l’ irrefrenabile energia di quelle scatenate pesti che, come persone appena svegliate, avevano tutta la forza di un lungo riposo ristoratore da liberare.

Siria, invece, nonostante avesse detto a quella bambina il contrario, non gli piaceva molto: come detto, aveva un viso molto pallido, forse troppo, era piccolina e abbastanza gracile, i capelli rossicci, e un viso che rassomiglia vagamente a quello di un coniglio (che del resto aveva in casa, e gli era anche molto affezionata…)

Però era comunque una ragazza, e, probabilmente, non avrebbe rifiutato un’ uscita con lei, se gliel’ avesse chiesto, nel caso avesse lasciato l’ attuale ragazzo…

A metà mese, Enzo tornò all’ associazione per un evento cui doveva partecipare: ma, quella volta, Arianna non lo salutò nemmeno, limitandosi solo ad abbassare dolcemente gli occhi.

Enzo, però, era abbastanza incattivito con lei, perché qualche giorno prima, su Facebook, le chiese se le mancava, visto che non veniva più in associazione, e lei non gli rispose nulla: per cui, decise di ignorarla a sua volta, durante quell’ evento in cui la incontrò di nuovo (per la cronaca, si trattava della presentazione di un discretamente saccente scrittore sinistrorso che lavorava come commesso in una libreria, e che Enzo conosceva per via di certi suoi vecchi conoscenti comuni).

La presentazione fu molto affollata, come nessun’ altra prima a cui aveva partecipato, e, a differenza delle altre, fu monopolizzata dallo scrittore di quel giorno che, invece di aspettare le domande del pubblico, se le faceva da solo, e poi rispondeva, sempre da solo.

Una volta conclusasi, comunque, Enzo salutò tutti i colleghi, e si ripreparò per affrontare l’ altra metà del mese tra le piccole pesti: i giorni trascorsero, quindi, di nuovo frenetici, tra le mille attività e le mille corse e i mille dispetti dei bambini, che non si fermavano mai: giunto finalmente il trenta di Giugno, giunse anche il momento di dire addio a tutti i compagni di quella breve avventura, Siria compresa…

Quando si avvicinò a lei, nel cortile della scuola, per dirle “addio”, la trovò che stava parlando con il suo capo-animazione: la interruppe per qualche secondo, per salutarla, dicendole un “In bocca al lupo”, abbracciandola teneramente, e, mentre lo faceva, gli sembrò di vedere un velo di tristezza sul suo volto eternamente pallido, rivolto verso il basso.

Sentì però il suo cuore battere forte, insieme a quello di lei, quando la abbracciava: un incontro di battiti, insomma, che si protrasse solo qualche istante, per poi allontanarsi: probabilmente, per sempre.

Il lavoro, comunque, una volta tornato all’ associazione, sembrò ricominciare come prima, con le solite recensioni di libri da stendere: solo, questa volta, il presidente Schiuma gli assegnò alcuni libri di filosofia, materia da lui sempre amata\odiata, fin dai tempi del liceo…

Enzo lo disse al presidente, e gli disse anche che, nonostante non fosse proprio la sua specialità, avrebbe cercato di fare del suo meglio, per recensire i tre libri del professore di filosofia puteolano affidatigli.

Cominciò quindi, di buona lena, a leggerli, di notte nello scantinato di casa, sotto una luce bianca che pendeva dal muro, e di fronte alle luci gialle e rosse dei lumini del cimitero, che si vedevano da lì.

Erano libri ostici, come capita spesso con i libri di filosofia, scritti in un linguaggio iper-tecnico e iper-specialistico, che non lasciò capire quasi niente al ragazzo: ed egli lo scrisse, in maniera molto polemica, nella sua recensione.

Purtroppo però, questo carattere polemico non piacque ad Arianna, che nel frattempo era anche diventata il suo capo, e responsabile della rivista dell’ associazione.

Lei, tramite internet, gli disse di smorzare un po’ i toni della recensione, e, per convincerlo meglio, gli disse che quello era un consiglio che gli dava un po’ per tutti i casi della vita: era un consiglio spassionato, disse.

Lui, però, intestardito, le rispose, forse un po’ ingelosito dal fatto che lei fosse già fidanzata, che non accettava consigli da chi si faceva trattare come un oggetto dal proprio ragazzo, facendosi venire sempre a prendere e portare a casa con l’ auto, come se fosse una regina.

La discussione, per il momento, si fermò lì, con un polemico “che ti rispondo a fare” da parte della ragazza: ma ci sarebbero stati ulteriori sviluppi della cosa, in seguito.

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IL SERVITORE I        

                   

 

La mattina era andato al mare, nonostante il tempo nuvoloso e qualche goccia di pioggia caduta qui e là, che lo costrinse per ben due volte a prendere la strada di casa e poi tornare al mare, perché smetteva subito di piovere.

Quella mattina, tra l’ altro, c’era un’ iniziativa dell’ associazione politica a cui aderiva, che aveva organizzato un tour dei monumenti cittadini in bici: non era andato, però, perché non d’ accordo con l’ iniziativa, che giudicava non molto utile ai fini che si voleva proporre l’ associazione, cioè la riapertura dei siti archeologici abbandonati e chiusi al pubblico.

Così, aveva preferito dirigersi verso la zona di La Pietra, angolino abbastanza tranquillo di Pozzuoli dove, spostandosi un po’ dai chiassosi bagnanti che comunque anche lì venivano a fare rumore, poteva trovare ogni tanto un po’ di pace, sole e tranquillità. Certo, andarci con una donna sarebbe stato il massimo, ma, si sa, non si può avere tutto, dalla vita…

Era tornato a casa quindi verso le tre, aveva ascoltato un paio di album dei Whitesnake, perso un po’ di tempo su Facebook, e poi era sceso di nuovo, per recarsi all’ altra associazione, quella culturale dove svolgeva il servizio civile.

Arrivato lì, però, trovò solo il presidente Antonio Schiuma, insieme ad un’ assidua socia dell’ associazione, una signora di mezza età dal volto scavato, e ad un’ altra signora che non aveva mai visto prima, ma che gli ricordava un’ amica di famiglia appassionata di vita sana ed alimentazione equilibrata (ed infatti, con suo dispiacere, Enzo avrebbe scoperto da lì a poco che erano quelli gli argomenti che la signora, venuta apposta da Latina, proprio come l’ amica di famiglia, avrebbe discusso nell’evento che proprio lei doveva tenere quel giorno all’ associazione, che organizzava eventi culturali, soprattutto quando c’erano i ragazzi del servizio civile).

“Allora” esordì il presidente, dopo i convenevoli “com’è andata ieri alla formazione?”

“Ah sì, con Maurizio” rispose Enzo, riferendosi alla persona che teneva il corso di formazione dei volontari “Bene, abbiamo fatto un giochino sull’ <ascolto>… C’ erano delle domande a cui dovevamo rispondere, come per esempio, se quando ascoltiamo una persona, guardiamo altrove o meno, quando ci parla…Perché questo significa che non prestiamo attenzione a quello che sta dicendo…”

In quel momento, però, Schiuma cominciò a girare la testa qui e là, facendo finta di guardare altrove, distogliendo lo sguardo da Enzo. Il ragazzo, che conosceva bene il carattere giocoso del presidente, colse “al volo” lo scherzo e, stando al gioco, esclamò, in un tono fintamente arrabbiato:

“Ah, ma non mi stai ascoltando, guardi altrove???” e, vedendo il sorriso larghissimo da Joker di schiuma in risposta, continuò, con tono fintamente di rimprovero “beh, allora avresti preso un voto basso, al test…C’ erano varie gradazioni di voto: da sessanta a settanta, insufficiente, da settanta a ottanta sufficiente, da ottanta a novanta buono ecc…Noi abbiamo preso quasi tutti “sufficiente”, perché ascoltare, si sa, è una cosa molto molto difficile…” concluse con un tono, sempre fintamente, solenne….

“Eh sì, hai ragione” convenne Schiuma “E il libro che ti ho assegnato, come ti è parso? Ho letto la recensione, ma sai com’è…”

“Ah, il libro, interessante, sì…”  rispose infervorandosi Enzo, visto che si andava a toccare una delle sue passioni più grandi, cioè la letteratura “l’ unica critica che forse potrei muovergli è che si disperde un po’ troppo con le situazioni comiche…Voglio dire, ci sono delle denuncie importanti, sull’ alienazione mentale e sociale in cui la società moderna getta gli individui, però queste situazioni vengono in un certo senso annacquate troppo nella comicità, col risultato che forse un lettore poco attento può perdersi nella comicità, e dimenticare il messaggio di denuncia…Per esempio, quando parla del pensionato che sta tutto il giorno davanti alla televisione, e perde il contatto con la realtà…Ma è una questione complessa, e, magari, dovrei parlarne direttamente coll’ autore: magari lo farò quando ci sarà la presentazione, qui…”

Schiuma, un po’ a disagio per il riferimento al personaggio del pensionato, che andava a toccare forse situazioni esistenziali di suoi coetanei simili, gli diede brevemente ragione e cercò di cambiare di nuovo argomento, quando entrò proprio in quel momento Fabrizio, un altro volontario, che, dopo essersi presentato alle due donne e salutato il presidente, venne anche a salutare Enzo, che lo accolse con uno scherzo imparato all’ altra associazione, cioè quello di dire il proprio nome, come se ci si stesse presentando di nuovo. Il ragazzo stette al gioco, per poi dirigersi altrove, così come fece Enzo, che lo seguì in corridoi, per vedere se era arrivato qualcun altro.

Infatti, lì trovò il vecchio Pietro, il ragazzo sfegatato del Brutal Metal che suonava la batteria e la tastiera, e che aveva conosciuto qualche anno prima, quando fece il corso di animatore nella stessa associazione.

“Wewe Pietro, come va?” lo salutò allegramente Enzo, anche se sapeva che di lì a poco il ragazzo lo avrebbe ammorbato con la storia che voleva mettere su non uno, ma vari gruppi brutal metal, coi ragazzi che frequentavano l’ associazione.

“Eh, tutto bene…I soliti problemi con la corrente…Te lo dissi, ho cambiato casa e non me la vogliono attaccare…” disse Pietro.

“Ma guarda, io ho parlato di questa cosa a mio padre, che lavora nel settore dell’ energia, ed ha detto che non è possibile, che non te la vogliono attaccare…”

“Eh” rispose “ma hai detto a tuo padre che vogliono dei soldi sottobanco per attaccarla, nella nuova casa?”

“Ci vogliono circa mille euro…Io dove li prendo, mille euro? Me li dai tu???”

“Eh, certo…Ti darei mille schiaffi, io…” aggiunse, in tono che cercava di essere scherzoso.

Tuttavia, Pietro, ovviamente non la prese bene e, alterandosi, disse:

“Bene…Allora non parlare più, per favore…”

Proprio in quel momento, però, quasi a voler risolvere la situazione,  arrivarono Fabrizio e Ilaria, un’ altra volontaria, che chiesero di che si stesse parlando.

“Dice che non devo parlare più…Ha un problema con la corrente…” impapocchiò Enzo, cercando di spiegare la situazione.

“Sì, ho cambiato casa e non mi vogliono attaccare la corrente…A meno che non pago mille euro…” confermò in tono serio Pietro.

“Capisco” fece Fabrizio, con aria comprensiva “è un bel problema…Ma dove abiti?”

“A Cigliano…In culo al mondo…E’ una brutta zona, proprio…E devo farmela anche a piedi, per andare a lavoro e tornare…La sera non ci sono nemmeno i lampioni, ci sono solo le lucciole…” concluse, strabuzzando gli occhi marroni.

“Le lucciole!” ripetè con entusiasmo Enzo, che da quando aveva visto un servizio su Mtv di un tipo, Mattia, che era andato a vivere da solo in una campagna delle Marche e la sera tornava a casa attraverso un sentiero illuminato solo dalle lucciole, aveva sempre in mente quell’ immagine.

Pietro, però, ovviamente non poteva saperlo, e perciò lo guardò un’ ennesima volta stranamente.

“Beh, devi prenderti un motorino, allora” provò a suggerire Fabrizio, col solito tono paterno.

“Sì, mi voglio prendere il Cinquanta…E’ più comodo…” assentì Pietro.

“Mah, io ti consiglierei la bicicletta…Tagli un sacco di spese…” provò a suggerire Enzo.

Fabrizio, puntosi sul vivo, probabilmente, perché lui si spostava in  motorino, gli disse, in tono nervoso:

“Ah, tu ti sposti in bici, vero? Come ti trovi, bene?”

“Beh, sì, certo…A parte qualche salita, al ritorno…Ma niente di pesante…”

Minima, minima!”  tagliò corto l’ altro, che a quel punto poteva ritenersi abbastanza soddisfatto, forse.

“Eh, anche io per tornare a casa devo fare una salita…Parecchio pesante: come la farei, con la bici?” disse Pietro.

“Eh vabbuò…A puort mman, scinn! Anch’io lo faccio, a volte, sulla Solfatara…” esclamò con allegria Enzo.

“No no, mi prendo il motorino…” dissentì di nuovo Pietro.

“Vabbuò, fai come vuoi tu…” concluse Enzo. Come al solito, nessuno voleva spostarsi in bici, a Pozzuoli. O quasi, nessuno. Di certo, non le ragazze, che per essere accompagnate a casa la sera, volevano la macchina, visto che i mezzi pubblici non passavano più, dopo le ventuno e trenta, ventidue.

Poi, Ilaria disse:

“Ma tu eri al Virgilio, giusto? Conoscevi il professor Cristiani?”

“Sì, sì…Era un vero pazzoide…Me lo ricordo ancora…Una volta litigai anche, con lui” confermò Pietro.

“Ah…Per i libri…Forse?” chiese con tono comprensivo Ilaria: in quei ragazzi sembrava esserci comprensione “a pacchi”.

“Eh, sì…Non capiva che i nuovi non si potevano ordinare con le cedole…Così, mi mandò una volta in presidenza…” aggiunse con un po’ di rancore il metallaro, che, anche se non l’ abbiamo detto, aveva il “segno particolare” di un’ enorme ciuffo di capelli che gli scendeva fin quasi al petto, nello stile quasi degli Emo.

Da lì, poi, tra i ragazzi fu tutto un “revival” di “tu eri in classe con X?” o “tu avevi Y come prof?”, poiché tutti e tre avevano fatto il Virgilio, liceo sociale sulla Solfatara, e, tra l’ altro, l’ avevano anche finito da poco…

A sentire questi discorsi, pensò Enzo, si direbbe che tutti i compagni di classe e tutti i professori avuti al Liceo fossero tutti poco sani di mente: o, più probabilmente, è solo un modo per ricordare con allegria i “vecchi tempi”, quando ci si ritrova tra vecchi compagni di scuola.

Enzo, comunque, che aveva fatto lo sperdutissimo Liceo Classico Majorana Due, a Toiano, non poteva “mettere nemmeno una scopa” nella conversazione, come si dice, quindi preferì dirigersi verso l’ altra sala della sede dell’ associazione, non prima, però, di aver incontrato Giusy, un’ altra volontaria, che gli diede l’ altro libro da leggere in quei giorni, con aria minacciosa, forse per il fatto che qualche giorno prima le aveva chiesto l’ indirizzo mail di Luisa, un’ ennesima volontaria con cui avrebbe voluto “provarci”.

Ricevuto il libro, e insaccatolo nella sua borsa nera, si diresse verso l’ altra sala, lo studio del presidente Antonio Schiuma: lì trovò la bella immagine di Arianna, la filosofa che aveva conosciuto qualche anno fa sempre in quell’ associazione, quando vi collaborava come volontario non retribuito.

Dal primo momento in cui la vide, una sera in cui c’ era un evento che ora non ricordava, se ne innamorò perdutamente, per scoprire poi con delusione, che, come il novantanove per cento delle ragazze “over 14”, era già fidanzata, con una storia di svariati anni alle spalle.

Ora la ritrovava come collega, e poteva vederla due o tre volte a settimana, all’ associazione o al palazzetto dove facevano “formazione”, ed era impossibile per lui, pur sapendo che era fidanzata, resistere al suo fascino decadente e languido.

Era infatti una giovane dal viso pallido, un paio di occhi marroni sempre (e dico sempre) lucidi, che le davano uno sguardo che ricordava vagamente quello di una vipera, incorniciato da una cascata di capelli castani.

Per un temperamento artistoide come quello di Enzo, che si piccava  di dipingere e suonare, era inevitabile rimanere affascinato da un tipo di ragazza del genere, per cui, da quando aveva cominciato il lavoro lì, e l’ aveva rincontrata, non faceva altro che pensare a lei, la sera prima di addormentarsi, e la mattina, quando si svegliava.

Trovandosela davanti quel giorno, quindi, dopo averla salutata ed esserle seduto davanti, continuò la discussione con Pietro, che, nel frattempo, era entrato anche lui in sala e aveva riattaccato la vecchia solfa di voler mettere su non uno, ma vari gruppi brutal metal, insegnando a suonare ai vari volontari dell’ associazione.

“Nooooo” rispose Pietro alle sue richieste di partecipare al progetto “il brutal non lo faccio…Al massimo power, trash…Heavy metal, faccio…”

“Ma dai” insistette lui “il brutal  è bello, è un’ altra cosa, ci si diverte…”

In quel momento, Enzo si accorse che Arianna lo stava guardando, e, per farla divertire, disse a Pietro:

“Okay, ma quindi di là, quante persone hai brutalizzato? C’è sangue dappertutto, cadaveri per terra?” disse, strizzando l’ occhio Arianna, che rise divertita.

“Ma no, sto parlando seriamente…Il mio è un progetto serio…” disse, quasi giustificandosi Pietro, per poi ritornare appunto nell’ altra sala, forse perché si era accorto di essere di troppo, lì.

Arianna lo seguì con lo sguardo per qualche secondo, per poi commentare, sibillinamente (era una tipa di poche parole):

“Er Pelliccia…”

“Eh?”  fece finta di non capire Enzo, per avere modo di parlarle un po’.

“Si era parlato di un certo Er Pelliccia, tempo fa…Chi era?” disse, fingendo interesse in quello che diceva Arianna.

Enzo pensò, infatti, che glielo avesse chiesto giusto per dire qualcosa; comunque rispose:

“Quello che tirò l’ estintore…Durante la rivolta…Di Roma…”, mettendo molte pause tra un sintagma e l’ altro, e abbassandosi col corpo e la testa di fronte a lei, in una posa forse troppo affettuosa.

Infatti, Arianna assentì con la testa, ma si alzò e si diresse verso l’ altra sala, non prima, però, di avergli gettato uno sguardo di complicità.

Vincenzo la seguì, comunque, anche a costo di apparire insistente (non gli importava, dato che aveva davanti una donna così bella), dopo aver preso una chitarra classica da un mobile della saletta, e si sedette abbastanza vicino a lei, ma ad angolo retto: Arianna, infatti, era seduta con le spalle al maxischermo su cui sarebbero state proiettate le slide della conferenza, a destra della porta, mentre lui era immediatamente a sinistra.

In quella posizione poteva vedere le sue stupende gambe, inguainate nelle calze nere che portava sotto la gonna di jeans che le aveva visto spessissimo addosso: evidentemente Arianna, proprio come lui, amava vestirsi quasi sempre con gli stessi , in modo da stare più comoda e\o sentirsi più artista di strada.

Quello stupendo paio di gambe, comunque, gli rimescolava tutto il sangue nelle vene, dandogli sensazioni  che lo allontanavano parecchio, ma proprio parecchio, da quell’ equilibrio zen che si era proposto di seguire e portare avanti nella vita di ogni giorno: erano uno spettacolo affascinante come gli scogli della zona di La Pietra, dove era solito andare a mare, o come i boschi del Gauro, dove era solito andare a camminare.

Enzo avrebbe voluto dirle qualcosa, sull’ argomento, magari proprio: “che gambe stupende che hai…”o, scherzando, addirittura, qualcosa tipo: “ma bisogna pagare qualcosa, per vedere questo paio di gambe???”

Temeva però che Arianna si sarebbe arrabbiata parecchio, non riuscendo a sostenere lo scherzo, così imbracciò la chitarra e si mise a strimpellare qualcosa, per poi interrompersi dopo un po’, perché pensava che doveva almeno farle un po’ compagnia, nell’ attesa che iniziasse la conferenza.

Così le disse, tanto per dire qualcosa:

“Tu dai le spalle allo schermo? Non ti interessa?” facendole un occhiolino.

“Ah no, vabbè, dopo mi sposto…Non è carino dare le spalle…” rispose lei.

“Eh già…” assentì lui “e le lezioni come vanno?” continuò, riferendosi alle lezioni private che dava ai bambini.

“Ah bene….Ma sono finite!” esclamò.

“Ah, giusto, siamo a Giugno, ormai! E il tirocinio, invece?”

“Bene, procede ancora, fino a fine mese…”

“Ma vai tutti i giorni?”

“No, no…Tre-quattro volte a settimana, dipende da quanti siamo…”

“Logopedia, giusto? Strano, però, dopo aver fatto filosofia…”

“Beh…Ho scoperto che mi piaceva molto…”

“Capisco…Beh, poi dà molti sbocchi lavorativi, penso…A me invece fanno impressione, queste cose: una volta feci un esame sulla struttura della bocca, della gola…Non riuscivo quasi a farlo…”

“Ma se si vuole fare queste cose, bisogna superare questi blocchi….”

“Sì, ma ci sono persone, secondo me, che hanno “blocchi” maggiori…Vabbè, è andata così…”

Proprio in quel momento, “salvati dalla campanella”, iniziò la conferenza della signora di Latina, Elisabetta, impiegata alle poste, che quel giorno aveva deciso di funestare i ragazzi del volontariato con una sostanziosa conferenza fatta di avvertimenti su cosa mangiare o meno, per evitare malattie come il cancro, diabete, obesità ecc.

Le ragazze, ovviamente, erano molto più interessate dei ragazzi, storicamente attente, come sono, alla dieta, al peso, alla salute; Fabrizio e Vincenzo, invece, a volte si incrociavano lo sguardo con l’ espressione di chi avrebbe voluto stare decisamente da tutt’ altra parte.

Più volte, tra l’ altro, Vincenzo aveva  cercato di intervenire, facendo qualche domanda alla relatrice, tanto per dire qualcosa ed interrompere quell’ esasperante monologo di allerta sulla roba che ci si buttava giù in corpo; la relatrice, però, testa dura come quasi tutte le seguaci di questo tipo di regimi alimentari cosiddetti sani non rispondeva mai direttamente alle sue domande, o cercava di sviare il discorso su argomenti simili, ma non uguali, forse perché non aveva nulla con cui ribattere direttamente alle obiezioni del giovane.

Come che sia, dopo circa un’ ora (o due? Chi sa…era sembrata un’ infinità, a Enzo) piombata come una campana di sommozzatore, la conferenza si avviò alla fine, con la prova finale: vale a dire che, chi avesse voluto, poteva controllare l’ equa (o meno) distribuzione del suo peso sul suo corpo, attraverso una speciale bilancia che la mai troppo deprecata relatrice aveva portato (dal basso Lazio) appositamente (sic!) per i nostri giovani malcapitati del servizio civile.

Nunzia, una delle volontarie, fu l’ unica a voler provare l’ infernale aggeggio: e, per provarlo, dovette anche togliersi le scarpe, le calze e asciugarsi i piedi, perché “l’ eventuale sudore avrebbe potuto alterare i risultati”, disse la kapò travestita da dietologa.

Mentre fervevano i preparativi per la “pesata”, comunque, Enzo decise di mettere in pratica uno scherzetto che gli era venuto in mente mentre ascoltava la funestissima relatrice, e cioè, girarsi verso Arianna e dirle:

“E tu che sei? Una proteina? Un carboidrato? Un grasso no, non credo proprio…”

Lei prima fece un gesto di incassamento, poi si tirò indietro sulla sedia, emettendo una risata (che gli pareva) argentina, e disse:

“Ma, che significa…”

A quel punto, com’ era prevedibile, e nonostante Enzo avesse cercato di parlare a bassa voce, la relatrice-kapò, sentito tutto, o quasi, quel poco (ma che poco!i cosiddetti sweet nothings degli inglesi…) che si erano detti i due giovani, reclamò il suo “diritto di riconoscimento”, come direbbe Hegel o un suo studioso, e fece finta di chiedere a Enzo se poteva togliere dal pc dell’ associazione la sua penna usb.

Il giovane si alzò dalla sedia subito, interrompendo a malincuore quell’ atmosfera di complicità che si era venuta a creare tra lui ed Arianna, e cercò di sbrigare il problema che gli si poneva il prima possibile, in modo da tornare dalla “sua” giovane.

“Non saprei…” disse allora alla kapò “ma penso di sì…Prego…” ed accompagnò col corpo l’ operazione di staccamento della penna che in quel momento stava compiendo la puntigliosissima donna. Dopo quell’ accompagnamento, diciamo così, ella potè ritenersi soddisfatta del debito di affetto in cui, probabilmente, l’ aveva gettata la battuta di Vincenzo ad Arianna; prima di andare via, comunque, diede ai ragazzi tre opuscoletti sulla conferenza, che Enzo distribuì ai colleghi; quando lo diede ad Arianna,  le disse, scherzando:

“E questo è il nostro…”

Lei assentì divertita, e poi disse:

“Tutte cose che già…”

“Sappiamo!” completò Vincenzo, sotto lo sguardo di nuovo un po’ torvo della relatrice-kapò, che era sempre troppo vicina, quando i due si scambiavano dolci stupidaggini.

“Lo vuoi tu?” chiese Enzo ad Arianna, ma con un tono che era più adatto, forse, all’ offerta di un anello di fidanzamento, piuttosto che ad un opuscoletto sulla dieta equilibrata.

Arianna, ovviamente, rifiutò, più per il tono, probabilmente, che per l’ oggetto in sé, mentre proprio in quel momento Fabrizio salutava tutti e se ne andava, prima che finisse l’ orario di “lavoro”.

Dopo aver salutato a sua volta, Enzo chiese ad Arianna:

“Ma possiamo andare via, o se ne va solo lui, un po’ prima?”

“Non saprei” rispose la tipa “ credo che se ne stia andando lui solo…”

Allora Enzo si alzò e andò a chiedere al presidente se lui e gli altri ragazzi potevano andare via: il contatto e la compagnia di Arianna erano belli, ma si avvicinava l’ ora di cena e non poteva certo mangiare il bel viso della ragazza, anche se, metaforicamente, già lo faceva con gli occhi…

Così, passò nell’ altra sala, si scusò per il disturbo con il presidente, che stava parlando con una signora, e gli chiese:

“Scusa,” (gli dava sempre del “tu”, non riusciva mai a dargli del “voi” o del “lei”, anche se qualche volta, con sommo stupore del presidente, ci aveva provato) “ma possiamo andare?”

“No, ancora un’ altra mezz’ oretta” rispose il presidente.

“No, perché ho visto che Fabrizio se n’è già andato..”

“”Eh, mi ha chiesto il piacere di andare via prima, aveva un impegno… Non preoccuparti, un’ altra mezzoretta…”

“Okay, grazie…Allora, a dopo” si congedò Enzo, e andò nell’ altra sala.

 

 

 

 

 

 

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